Fuga da Viale Mazzini. La crisi dell’azienda di Stato è una grande questione nazionale. L’esodo delle star è solo la punta di un iceberg. Il vero nodo è l’informazione legata alla “narrazione” imposta dal Potere. I Tg plasmano la formazione delle idee nella pubblica opinione. Il caso Scurati.
Fuggi fuggi da Viale Mazzini. Ci resterà solo il cavallo, sempre che non si stanchi dei tanti somari che lo circondano. Gli italiani seguono le vicende dell’Azienda di Stato solo quando vanno via personaggi
di grosso calibro, come Amadeus, Corrado Augias, Fabio Fazio, e altri giornalisti, che altrove hanno lo
spazio che meritano; come Massimo Gramellini, ad esempio che su “La7” conduce lo stesso programma che aveva in Rai, ma con un “audience” di gran lunga superiore. Per la pubblica opinione questi repentini passaggi di “star” da una rete all’altra sono “gossip”, e quindi se ne parla con leggerezza e curiosità. E li finisce. Ma le cose stanno diversamente.
La questione Rai, azienda di servizio pubblico, dipendente dal Ministero del Tesoro, è una grande e fondamentale questione nazionale. La Rai, questa Rai, attraverso l’informazione, che non sono solo i tg, ma anche i talk show, e finanche i programmi di intrattenimento, modella e gestisce la formazione delle idee e delle convinzioni nei milioni di “telespettatori”, (quelli che una volta erano più semplicemente i “cittadini”). Impone, in modo subdolo e spregiudicato, una “narrazione” dell’Italia che non c’è, (se non nelle littoriche capocce di Palazzo Chigi) dove “Tout Va Très Bien Madame La Marquise”.

Questo avviene in un contesto, oltre che di crescente insofferenza verso la stampa, ma di concentrazioni delle testate giornalistiche di destra, con uno spavaldo imprenditore – editore – parlamentare assentista della Lega, Angelucci, ras delle cliniche private, (già barelliere) che dopo
aver acquistato, in accordo con il governo, tutti i giornali di area, (compreso il quotidiano della famiglia Berlusconi) ora sta per mettere le mani anche sulla seconda agenzia giornalistica italiana, l’Agi, che l’Eni, chissà perché, gli cederebbe, ad un prezzo irrisorio rispetto agli utili del mega colosso
chimico. Forse perché c’è di mezzo il fantomatico “Piano Mattei”? Regista del tutto il solito Mario Sechi, attuale direttore di “Libero”, ex direttore dell’AGI e disastroso responsabile della comunicazione del Governo ai tempi del disastro Cutro, ma soprattutto amico personalissimo della Meloni.
Ma torniamo alla Rai. Potremmo parlare a lungo di quel megafono di Giorgia che sono diventati i Tg delle tre reti, in modo particolare il Tg Uno: asserviti al punto tale che gli stessi giornalisti, di tutte e tre i canali, hanno letto un comunicato di protesta contro l’umiliazione cui sono quotidianamente sottoposti. Ci poniamo invece una domanda alla quale diamo spiegazioni: è stato sempre così? Con questa sfacciataggine, tipica di chi ha vissuto per decenni all’opposizione ed ora deve “vendicarsi” affamato di potere, ma privo del senso delle Istituzioni, no. Ma per il resto: si, con altre modalità. La Rai, nella sua storia, è sempre stata “lottizzata”. Nella prima Repubblica, all’inizio era voce ufficiale dei governi, quasi tutti a guida DC. Poi si introdusse il manuale Cencelli. Prima rete alla maggioranza in carica, seconda rete ai socialisti, terza rete al PCI. In un modo o nell’altro il pluralismo, con tutti i suoi limiti, fu garantito. Nella seconda Repubblica, con Silvio Berlusconi prima, e con Matteo Renzi poi, si passa dalla lottizzazione, allo “spoils sisytem”: chi vince le elezioni e va al governo fa “asso pigliatutto”. E cosi è stato ed è.
Ricordiamo l’editto bulgaro di Berlusconi (da Sofia) contro Michele Santoro, Enzo Biagi e il comico Daniele Luttazzi; ricordiamo la cacciata di Massimo Giannini, di Giovanni Floris, di Nicola Porro ad opera dell’allora premier Renzi. Ora, però, siamo allo scempio: lo scempio alla libera informazione e alla dignità di professionisti dell’azienda, da parte delle prestigiose teste di legno messe dalla Meloni nei piani alti di Viale Mazzini, e che, da buoni, anzi da cattivi cortigiani, volendo essere più realisti del Re, in questo caso della Regina, le creano solo danno, come è avvenuto con la farsesca censura al discorso di novanta secondi sul 25 aprile dello scrittore Antonio Scurati, con relativo effetto boomerang. Quello che la Prima Ministra dovrebbe capire è che non sono utili servi sciocchi, fedeli ma incapaci, bensì dirigenti anche di area, anche di partito, magari un poco meno fedeli ma sicuramente competenti ed esperti. Se vanno via dall’azienda di Stato i pezzi migliori in ogni campo, insieme a loro, andranno via anche i telespettatori, e l’Italia perderà o si impoverirà, anche un pilastro della sua Storia (con danno lavorativo per migliaia di persone) consegnandosi mani e piedi al dominio delle multinazionali, quale è l’americana Warner Bros/Discovery, che ha progetti ambiziosi e un sacco di soldi da investire in Italia. Ed Amadeus, Fazio e Crozza, potrebbero essere solo l’inizio.
Emilio Magliano