Meloni svolta a destra nelle alleanze e l’Italia perde credibilità. L’anomalia di candidarsi per qualche pugno di voti dei vari leader (Schlein compresa)
Quando questo numero uscirà, le elezioni europee si saranno svolte o forse ne saremo a ridosso, e comunque un’analisi del voto la tenteremo nel numero di luglio. Qui però qualcosa dobbiamo dire sul trend complessivo di questo voto che, nella versione tutta italica, sta diventando un referendum su
questo e quello, governo e premier in primis, e vari leader che pensano soltanto al proprio orticello alla faccia di una scadenza decisiva ed epocale per le sorti dell’Unione Europea, alle prese con la guerra in Ucraina e con la minaccia rappresentata dalla aggressività della Russia di Putin, per non parlare di quanto sta succedendo tra Israele e Striscia di Gaza.
E così la speranza di costruire una classe dirigente preparata e competente sulle tematiche importanti sullo scacchiere europeo (come fa da sempre la Germania, ad es., e non è la sola), è vanificata da una passerella di leader che vogliono il “bagno popolare” e il consenso tout-court, salvo poi, tranne pochi casi, rifiutare l’elezione, perché è importante restare nel Parlamento Italiano, e mandare in Europa terze file in cerca di un posto (spesso non trovato nelle assemblee parlamentari italiane). Ha iniziato la Premier Giorgia Meloni a dare questa svolta alla competizione, cercando il plebiscito personale a scapito dei reali interessi del nostro Paese che come capo del governo dovrebbe perseguire: e così ha troncato quella tessitura intelligente che ha portato avanti per due anni con la Presidente della Commissione Ursula von der Leyen, preferendo il ritorno tra i populisti della destra-destra, come Vox in Spagna, Le Pen in Francia ed Orban in Ungheria, posizionando l’Italia dalla parte sbagliata ed opposta all’interesse del Paese, così dimostrando di non aver compreso la lezione che nel passato venne dal leader indiscusso del centro-destra italiano, Silvio Berlusconi, quando seppe incanalare Forza Italia nel solco del popolarismo europeo, rifuggendo da tentazioni populiste e isolazioniste.
Le è venuta dietro Elly Schlein in cerca di una conta interna che la porti su nel consenso personale, oltre a 1-2 punti percentuali per il suo PD, anche per mettere a tacere i tanti c.d. riformisti del suo partito che non sempre la capiscono e non sempre la seguono. E poi via via gli altri: Taiani, Calenda, e Renzi (lui però ha promesso che se eletto, andrà in Europa), e la Lega che candida dappertutto uno come Vannacci. Azzardiamo qualche pronostico: andrà bene alla Meloni e a Fratelli d’Italia, e sarà tutta
propaganda per il governo; e probabilmente qualche decimale in più lo avrà il PD con buona pace per la leadership della Schlein, ma nella sostanza il nostro Paese verrà pesato a seconda delle scelte che, dopo il voto, si faranno nell’UE soprattutto per la Commissione Europea. E qui noi vogliamo ancora avere la speranza che, alla fine, l’Unione Europea riesca a darsi un governo forte ed autorevole, e a fare un passo in avanti (e non indietro, come le destre e i sovranisti vorrebbero) e l’Italia torni a mantenere quel ruolo fondamentale che ha sempre avuto, senza indulgere a estremismi roboanti quanto dannosi, nel solco di una lunga tradizione, prefigurata da uomini come Altiero Spinelli e inaugurata da leader come Alcide De Gasperi, e poi proseguita con figure politiche che meritano di essere ricordate: Helmut Kohl, Francois Mitterand ,Jacques De lors, Romano Prodi, Angela Merkel, così mettendo insieme i moderati del Partito popolare, i riformisti Socialisti e Democratici e i liberaldemocratici di centro.
Per capire dove andrà effettivamente l’Unione Europea, e che farà davvero l’Italia, dovremo attendere le elezioni europee e soprattutto il lavorio che verrà fatto subito dopo dalle cancellerie dei maggiori paesi.
Antonio Belliazzi