“Gramsci è mio e lo gestisco io”. L’ultimo libro di Alessandro Giuli, intellettuale vicino alla Meloni mette le mani sul fondatore del Partito Comunista. L’estrema destra, da Pasolini in poi, sta tentando di appropriarsi del “ Pantheon “ della sinistra novecentesca.
Stavo per accingermi a scrivere questo articolo, quando mi è apparsa la notizia della pubblicazione di un libro. Alessandro Giuli, presidente della Fondazione Maxxi ed intellettuale di punta della destra italiana uscirà in libreria con un pamphlet dal titolo: “ Gramsci è vivo. Sillabario per una egemonia contemporanea”. Da tempo ormai la destra italiana conduce una battaglia per la contro egemonia culturale, dai libri di Pansa sull’ antifascismo alla rilettura di Gramsci, ma adesso il ritmo di questa operazione si va facendo incalzante. Nicola Procaccini, deputato europeo “neocon” nel format “ Viaggio nel ventre della balena”, con cui sta conducendo la propria campagna elettorale per le europee, si ispira al Pasolini dell’ ultima poesia dialettale, “ Difint, conserva prea” difendi, conserva, prega, in cui l’intellettuale di origine friulana tenta di andare oltre i limiti dell’ analisi marxista per interrogare i problemi del nuovo mondo emergente.
È di circa un mese fa l’applauso a scena aperta dell’assemblea di Fratelli d’Italia alla memoria di Enrico Berlinguer ed è recente la notizia che il Ministro Sangiuliano dedicherà il prossimo anno a Gramsci una mostra di rilevanza nazionale. Cosa succede nella destra italiana? Meglio sarebbe chiedersi cosa succede nella sinistra italiana. Gramsci, Pasolini, Berlinguer. Una sorta di saccheggio nel Pantheon della nostra storia del Novecento, con cui tutti i santi profeti della nostra tradizione vengono arruolati nei ranghi della militanza neoconservatrice. Si può pensare che sia una provocazione lanciata nei confronti di una sinistra che ha ormai abbandonato da tempo il campo della contesa ideologica, che non ha più riferimenti storici e culturali, che non entra più nel vivo del dibattito politico sociale. Oppure si può pensare che quei riferimenti del secolo scorso, tacciati ormai di vetero comunismo e che non trovano più patria nella deriva liberaldemocratica del PD, vengano usati come arma tattica dalla nuova destra. Oppure si può ritenere più furbescamente che quella della nuova destra sia una strategia di marketing politico per attrarre il consenso di una galassia rosso bruna orfana di padri che non si sente più rappresentata a sinistra.
O invece chissà se, al di là della provocazione, della tattica o della furbizia, la nuova destra italiana non abbia in buona fede capito che specialmente in Gramsci e Pasolini vi sia una forte radice critica alla società globalista e liberista che possa essere utilizzata come chiave di interpretazione e riferimento politico contro le nuove ingiustizie e disuguaglianze e le nuove derive della società contemporanea? E che la sinistra italiana questa radice di pensiero critico non l’ abbia saputa cogliere lasciandola al monopolio, alla revisione e all’ interpretazione della destra neoconservatrice? Questa sarebbe una sconfitta, la vera sconfitta epocale di cui dovremmo ritenere responsabili le classi dirigenti della sinistra italiana, succedutesi a guidare i partiti all’ indomani della caduta del Muro di Berlino fino ad oggi, frequentando i salotti delle ZTL e lasciando al loro tragico destino quelle che Gramsci definiva le classi subalterne.
Tommaso Conti