Passando in macchina sulla provinciale Velletri-Anzio, che per un tratto attraversa le splendide colline intorno al lago di Giulianello, è veramente emozionante vedere come queste cambiano colore con il mutare delle stagioni. La natura, con i suoi cicli stagionali, dai campi marroni appena arati di novembre, alla primavera, quando prendono il colore del nuovo grano e tutto è verde, in attesa dell’estate, con i colli dorati del grano maturo e la mietitura che va dal periodo di San Giovanni in giugno fino a metà luglio. In questa fase stagionale i campi si colorano di un giallo intenso, segnale che il grano è maturo e pronto per essere raccolto. Nella nostra tradizione contadina, questo periodo del calendario rurale era molto atteso e carico di aspettative, perché giungeva al termine di un duro lavoro ed era per questo un momento di festa.

Parlando con le persone anziane del paese, si scopre che negli anni ’50 la raccolta del grano, a differenza di oggi che è tutto meccanizzato, avveniva a mano ed era un lavoro che impegnava molte persone. Alla raccolta partecipavano uomini, donne e bambini, ognuno con un ruolo ben preciso. Il lavoro durava dall’alba al tramonto e la fatica sotto il sole di luglio era notevole. Un primo gruppo, disposto in file ordinate, tagliava il grano a forza di braccia con la falce ben affilata; seguiva un secondo gruppo, solitamente composto da donne e bambini, che raccoglievano le spighe tagliate legandole a fascine; infine, un terzo gruppo formava i cosiddetti “covoni”, fasci di grano legati in modo da agevolare la trebbiatura. I covoni venivano posizionati con le spighe di grano rivolte verso l’alto affinché potessero essiccarsi al sole nei giorni successivi alla mietitura. Il compito delle ragazze, oltre a dare una mano nei campi, era anche quello di portare brio con la loro bellezza, rinfrescando i lavoratori con acqua, vino e merende casarecce, servite all’ombra delle gigantesche querce situate nella parte perimetrale dei campi.
Alla fine di queste attività i colli apparivano come un dipinto quasi sacrale. Il lavoro non finiva qui: dopo una settimana dalla raccolta, arrivava il momento della trebbiatura. I covoni venivano slegati per essere introdotti facilmente nella bocca della trebbiatrice. La trebbiatrice lavorava le spighe dividendo i chicchi di grano dalla paglia. Il grano veniva raccolto in grandi sacchi di iuta, mentre le donne ammucchiavano la paglia con lunghi forconi di legno. Alla fine del duro lavoro tutti i lavoratori, trebbiatori, uomini, donne e bambini si riunivano intorno a un’immensa tavola imbandita di ogni ben di Dio per festeggiare il raccolto, assaporando buon cibo genuino: tagliatelle al ragù, arrosti, verdure cotte, vino e dolci. Era un momento conviviale molto atteso, in cui si raccontavano storie e aneddoti e a volte nascevano nuove storie d’amore tra ragazzi e ragazze. Alla fine del pranzo i trebbiatori smontavano la trebbiatrice e partivano in fretta verso altri campi. Questi sono ricordi bellissimi da rivivere per non perdere le tradizioni della vita contadina, che ancora oggi ci parlano di semplicità e partecipazione, valori che fanno parte da sempre del nostro patrimonio genetico.
La storia descritta fa parte di un trascorso relativamente vicino rievocando come la vita rurale fosse strettamente legata ai ritmi del- la natura e come ogni fase del ciclo agricolo avesse un significato profondo e rituale. La raccolta del grano, ad esempio, non era solo il momento in cui si raccoglieva il frutto del lavoro dei mesi precedenti, ma rappresenta- va anche un momento di riflessione e gratitudine per i doni della terra. Questa rilettura sulle tradizioni rurali potrebbe servire da richiamo alle proprie responsabilità per riscoprire e valorizzare i principi di semplicità e condivisione che hanno caratterizzato la vita delle generazioni passate, ricordandoci l’importanza di ritmi più naturali e di una maggiore connessione con la terra e con la comunità.

Oggi, mentre le tecnologie avanzano e la vita quotidiana diventa sempre più complessa e disconnessa dalla natura, è essenziale ricordare e celebrare queste antiche tradizioni. Esse ci insegnano il valore del lavoro di squadra, della resilienza e dell’apprezzamento per le cose semplici della vita. La mietitura del grano a Giulianello, con i suoi colori, suoni e profumi, ci ricorda che la vera ricchezza risiede nella capacità di lavorare insieme per un obiettivo comune e di trovare gioia nelle piccole cose che la vita ci offre.
Carla Colla
Associazione "Chi dice donna"