Utopia: Non toglieteci i sogni

Partendo dal concetto espresso da Thomas More un excursus sulle speranze, i desideri e le idee che hanno animato la generazione degli anni ’70. Socialismo utopico e socialismo scientifico. La morte delle ideologie è precipitata nel pragmatismo saltando ogni idealità.

Per capire cosa si intende per Utopia occorre fare riferimento a chi ha coniato questa parola. Siamo nel 1516 e Thomas More, umanista inglese scrive il romanzo Utopia, ovvero dell’ottima forma di stato e della nuova isola di Utopia, in polemica con la società inglese a lui contemporanea, accusata di degenerazione morale e materiale a causa del crescente individualismo e della diffusione della proprietà privata. Da quel momento Thomas More avrebbe dato avvio, non solo a una delle correnti filosofiche che ha rappresentato il pensiero politico moderno, l’Utopismo ma anche al genere letterario che nel corso del tempo ha avuto un grande successo. Si pensi a La città del sole di Tommaso Campanella, a Christianopolis di Johann Valentin Andreae, a La Nuova Atlantide di Francis Bacon, a la Repubblica di Oceana di James Harrington, per fermarci, per ora, al 1600.

Questa bellissima parola di origine greca ha un duplice significato: da un lato, come unione della negazione ou (non) e topos (luogo) vuol dire “nessun luogo”, dall’altro significa “buon luogo”, “luogo felice”, tenendo insieme il prefisso eu (buono) e topos. Un luogo felice che non c’è (ancora).

T. More gioca su questi due prefissi per mettere in risalto la ricchezza del fenomeno utopico, quel pensiero che ha incarnato l’isola descritta nella sua opera: sperduta nel grande Oceano, nell’isola è stato instaurato un governo che dovrebbe fungere da modello per le istituzioni esistenti (un po’ come la Repubblica di Platone, opera da cui More è influenzato); un altrove in cui l’obiettivo del sistema sociale è il benessere collettivo, dal quale dipende quello individuale, in cui non esistono proprietà privata e moneta, in cui regnano l’organizzazione del lavoro, la pace, il rispetto delle leggi, la comunanza dei beni, la felicità per ognuno. La narrativa utopica e l’idea di un luogo ideale in cui concentrare ogni pregio e ogni virtù ha acquisito sempre più importanza proprio mentre si andava consolidando l’organizzazione dello Stato moderno, fortemente centralizzato e spesso oppressivo, proprio mentre si percepivano per lo più ingiustizie, disuguaglianza, sopraffazione. Ciò che emerge da una prima analisi delle utopie che hanno contrassegnato la storia dell’umanità è che si sono manifestate per lo più come immaginazioni di un mondo migliore, come energie che hanno creato speranze, sogni, mobilitato coscienze verso la critica costruttiva e l’emancipazione rispetto ai modello
di società esistenti, puntando sulla centralità dell’educazione, sul collettivismo, su una visione comunitaria della società.

Non possiamo non ricordare quello che Marx chiama socialismo utopico in relazione al socialismo scientifico. Egli, partendo dai filosofi a lui coevi e dagli utopisti, critica e rivendica la necessità di un impegno nella storia sociale del presente che sappia spiegare i meccanismi di sfruttamento del capitalismo, rappresentare il movimento operaio e divenire davvero forza creatrice di una nuova società. È solo nel Ventesimo secolo che il pensiero utopico ha invece prodotto opere che hanno immaginato futuri distopici (utopie negative, utopie al contrario), in cui lo Stato ideale degenera in uno Stato che è la quintessenza di ogni male. A scrittori e scrittrici del Novecento, il secolo dei totalitarismi e delle guerre mondiali, è parso necessario avvertire gli esseri umani del pericolo di uno Stato troppo perfetto ed “efficiente”, nel senso distorto e orribile della disumanità e della crudeltà. Ricordiamo gli scenari descritti da Aldous Huxley nel Mondo Nuovo, da George Orwell in 1984, o nei romanzi di Philip K. Dick.

È sempre nel Novecento tuttavia che il concetto di utopia torna a significare speranza per il futuro e desiderio di modificare, con impegno, la situazione personale e collettiva. Pensiamo ad autori di stampo marxista, come Ernst Block, Herbert Marcuse.

E per noi, quale valore può avere il pensiero utopico oggi?

Sbaglio, o in ogni epoca si sono percepite ingiustizie, disuguaglianze, oppressione, tanto da reagire, guidati e guidate da un’autentica aspirazione al cambiamento?

Ciò che in epoche passate era considerato impensabile, è divenuto realtà così come ciò che è ora considerato utopistico potrà invece essere realizzato in futuro. Voglio ricordare solo due delle persone conosciute, di cui ho potuto sentire la voce, leggere interviste, che secondo me sono stati esempi di vita che hanno incarnato il pensiero utopista: una è Gino Strada per il quale “Utopia non è il nome dell’assurdo, è il nome di desideri, idee, progetti che possono diventare realtà. Immaginare nuovi obiettivi e poi raggiungerli è lo schema ricorrente della storia degli uomini e delle donne di questo pianeta”; l’altra è Alexander Langer, di cui invito alla lettura. Egli ha parlato di utopia concreta, capace di farsi azione per costruire ponti tra le idee e le persone, capace di coniugare “una forte progettualità […] alla “concretezza della sperimentazione, della piccola scala, del coinvolgimento personale, della ricerca di radici nella storia e nell’esperienza locale”. Ha richiamato l’attenzione sull’urgenza di costruire un “futuro che non c’è ma che si trova già virtualmente nelle nostre mani”, sempre.

Elisa Trifelli
Docente
Dott.ssa in Filosofia

Lascia un commento

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora