Madri assassine

Una tematica complessa che va analizzata da prospettive diverse

L’infanticidio, il fenomeno delle “madri che uccidono i figli”, è un tema complesso che può essere esaminato da diverse prospettive. Questo reato, uno dei più atroci, suscita pro- fondo orrore in chi ne viene a conoscenza. Per comprendere meglio questo fenomeno, è necessario analizzarlo da vari punti di vista.
Esistono diverse possibili cause psicologiche che possono indurre una madre a uccidere il proprio figlio. Alcuni dei fattori e delle condizioni che possono contribuire a questo comportamento includono:

  1. Disturbi mentali: La presenza di patologie psichiatriche come la depressione post-partum, la psicosi post-partum, la schizofrenia o altri disturbi mentali può influenzare negativamente il comportamento della madre.
  2. Stress e pressione: Situazioni di grave stress, difficoltà economiche, problemi relazionali, isolamento sociale o altri fattori stressanti possono far sentire una madre sopraffatta e priva di supporto, portandola a compiere atti estremi.
  3. Storia di abusi: Le madri che sono state vittime di abusi fisici, sessuali o emotivi possono replicare tali modelli comportamentali sui loro figli, a causa dei propri traumi irrisolti.
  4. Problemi nel rapporto madre-figlio: Difficoltà nella relazione madre-figlio, come la mancanza di attaccamento emotivo, possono contribuire a questo fenomeno.

La possibilità di riabilitare le madri che hanno commesso atti così estremi dipende da numerosi fattori, tra cui la gravità del crimine, le cause sottostanti al comportamento, lo stato mentale della madre e la disponibilità di risorse e supporto adeguati. In alcuni casi, se il crimine è stato commesso a seguito di disturbi mentali non trattati, la riabilitazione potrebbe includere un trattamento psicologico intensivo e costante per affrontare le cause profonde e prevenire recidive. Questo potrebbe coinvolgere terapie individuali e di gruppo, trattamenti farmacologici e un sostegno continuo da parte di professionisti della salute mentale.

In altre situazioni, dove la madre ha agito sotto stress estremo o a causa di gravi problemi relazionali, un programma di riabilitazione potrebbe includere terapie familiari, consulenza relazionale, supporto per lo sviluppo di adeguate competenze genitoriali e l’accesso a risorse di supporto sociale per garantire un ambiente sicuro e sano. Questo fenomeno è fortemente influenzato dallo stigma sociale. Spesso, nel tentativo di allontanare l’idea di poter diventare “madri mostruose”, si tende a prendere le distanze o a giudicare impietosamente la madre che si è macchiata di tale reato.

Due casi emblematici illustrano come la giustizia possa essere influenzata dalla gogna mediatica:
Adalgisa Gamba, il 2 gennaio 2022, uccide il figlio soffocandolo nelle acque del litorale di Torre del Greco. La stampa ignora la mite Adalgisa Gamba. Circola sempre la stessa fotografia, pochi sono i racconti sulla sua vita. Nel processo viene giudicata incapace di in- tendere e di volere.
Alessia Pifferi, il 20 luglio 2022, lascia la figlia a casa facendola morire di stenti per raggiungere il compagno in vacanza. La vita di Alessia viene esaminata minuziosamente. Complice una personalità eccentrica, viene esposta in prima pagina. La vediamo con abiti da sera, limousine noleggiate. La sentenza del processo: capace di intendere e di volere.

Questi casi ci portano a riflettere su come l’idea inaccettabile di una madre che toglie la vita alla propria prole sia qualcosa che faticosamente riusciamo a tollerare. Adalgisa ce lo fa negare, Alessia ce lo sbatte sotto gli occhi… Eppure, le madri Medea esistono, e possiamo aiutarle solo accettando di guardare nell’abisso del dolore che si cela dietro le loro azioni. Solo così potremo comprendere e, forse, prevenire future tragedie.

Virginia Ciaravolo
Psicoterapeuta-Criminologa
Pres. Associazione "Mai più violenza infinita"
Consulente/Docente Polizia di Stato

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