Sesso senza protezione. Perde chi resta incinta.
Le Challenge sui social tra adolescenti, perché sono pericolose
Qualche giorno fa mentre mi intrattenevo su Instagram, mi è balzata agli occhi il titolo di una notizia: “Incubo challenge: Lo faccio senza preservativo e perdo se resto incinta. La sex roulette è l’ultima terribile sfida social”. Leggendo l’intero articolo è riportato inoltre che c’è una variante più rischiosa, in quanto sono ammessi ai festini ed alle orge, anche persone sieropositive, “così anche i maschi possono perdere”. “Challenge”, tra i suoi significati, viene tradotta con “sfida”, “gara”, che diventa sui social, una sfida con un numero indefinito e molto alto di partecipanti. I ragazzi si incontrano e confrontano in una “Community-Comunità” virtuale, sulla quale inseriscono e mostrano i video delle loro prestazioni.
Nel 2021 a Palermo è morta una bambina di 10 anni, che è soffocata a causa di un laccio intorno al collo, per dimostrare la propria capacità di resistenza al soffocamento. Nel 2017, la challenge Blue Whale, tra l’escalation di attività masochiste, l’ultima prova, consisteva proprio nel suicidio. Sono tantissime ogni giorno le sfide lanciate sui social, alle quali, ragazzi e ragazze poco più che bambini ed adolescenti, partecipano.
Ricordate i video su Fb in cui ci si rovesciavano secchi pieni di acqua da sopra la testa? Era il 2014 e quella fu la prima challange della storia, la Ice Bucket Challenge. Nata con lo scopo nobile di sensibilizzare l’opinione pubblica riguardo la sclerosi laterale amiotrofica per raccogliere le donazioni per la ricerca. I Social sono rigogliosi di Community, organizzate secondo temi, scopi, ed interessi, come ad esempio i gruppi di studio universitari; oppure come la community dei fan di un personaggio famoso. Ad essere pericolosissime non sono le community in quanto tali, ma la finalità della loro costituzione. Da sempre le sfide tra ragazzi sono esistite con il fine ultimo di acquisire consenso e stima dal gruppo di coetanei. Oggi quel gruppo si è allargato e per quanto possa sembrare reale, esso è composto principalmente da sconosciuti estranei dal cerchio ristretto delle conoscenze reali. A spingere i ragazzi a queste prestazioni, sicuramente c’è la ricerca di una propria identità, un senso di appartenenza, di riconoscimento.

Casi di “sex roulette” si sono verificati in provincia di Bergamo, Brescia, Mantova, Cremona, Napoli. La Challenge ha la capacità di testare in maniera immediata quell’identità il sé, il coraggio, i propri limiti. Lo scopo è comunque quello di far parte di un gruppo nel quale riconoscersi. L’oggetto determinante della challenge è il video, ovvero la testimonianza reale che la sfida è stata compiuta, sperando nel riconoscimento della comunità. Se il numero delle visualizzazioni è considerevole vuol dire che il video è divenuto virale, ovvero particolarmente diffuso, quindi la prova ha avuto l’esito desiderato. Moda? Si. Si fa per moda, poiché le sfide sui social sono il principale argomento di discussione di un determinato periodo, perché anche cimentarsi in una sfida ormai “fuori moda” può attirare negativamente l’attenzione su di sé, diventando gli “sfigati” della community. Il meccanismo dell’emulazione è l’elemento che raccorda tutti questi ragazzi dietro gli schermi, oltre ad essere l’elemento che rende tutti uguali, livellando qualsiasi differenza, sociale, di genere, razza, geografica, etc. La “sex roulette”, per via della censura delle piattaforme, ha fatto pensare che fossero delle fake news (notizie false), ma il Web trattiene tutto e non cancella i video, vere e proprie ricostruzioni della vicenda, in cui nel primo frame del video, è mostrato il test di gravidanza positivo; poi la visita ginecologica e l’ecografia del feto; infine il centro per l’interruzione di gravidanza. Altri mostrano l’assunzione della pillola del giorno dopo. Tutti i video sono accompagnati dalla musica, dalle faccine e dai simboli predisposti dai social, talvolta l’ultima scena mostra la ragazza che balla, sorride e canta nervosamente, come fosse un esorcismo.
Queste giovani donne, sanno davvero cosa fanno? Il diritto all’aborto sancisce e tutela la salute psico-fisica delle donne: non è e non può diventare il passo risolutivo e complementare di un “corto circuito” tra vita reale e rete. In questi meccanismi sembra siano assenti gli elementi basilari dell’etica come il rispetto per la procreazione e per la vita. In questo gioco macabro, il feto oltre ad essere solo il frutto di un gioco, è la penalità e l’aborto il riscatto, la riparazione alla sconfitta. Non c’è la capacità di valutazione del rischio, delle conseguenze e delle ripercussioni psicofisiche, poiché oltre alla gravidanza si rischia di contrarre malattie con conseguenze gravi nel tempo, come sterilità e tumori. Nelle challenge il responso della prestazione per l’approvazione del gruppo, è immediato. Basta un “like” e con l’aumento delle visualizzazioni si raggiunge l’obiettivo della popolarità. A che prezzo? La cosa certa è che sono comportamenti che nascono da un profondo disagio su cui i genitori, la scuola e le istituzioni dovrebbero lavorare insieme, partendo proprio dall’osteggiata educazione sessuale a scuola, per passare all’educazione affettiva, alle emozioni, ai sentimenti, all’empatia, al corretto utilizzo dei social. Andrebbero inserite nei programmi scolastici, con un monte ore annuale, cosicché l’analisi delle informazioni raccolte durante verifiche periodiche, permetterebbe agli addetti ai lavori, gli psicologi, gli educatori, gli insegnanti, possano monitorare il grado di conoscenza ed assimilazione di queste materie. Non didattica, ma formazione del proprio sé, totale e profondo, rivolto al futuro: una formazione a lungo rilascio.
E’ del tutto normale essere attirati dal sesso durante l’adolescenza; ed è del tutto normale, volersi staccare dal nucleo familiare, per trovare una dimensione propria ed autonoma dai genitori, riconoscendosi maggiormente nel gruppo dei pari. In questa autonomia però, dovrebbe essere ben radicato un “fulcro valoriale” in grado di essere lo zoccolo duro dell’educazione di questi ragazzi, proveniente proprio dalla famiglia. Quando i figli stanno a casa sul divano o in camera loro, non vuol dire che siano lontani dai pericoli. “Interessarsi alla loro vita virtuale è fondamentale per aiutarli, guidarli, e talvolta salvargli la vita”. (Giuseppe Lavenia, psicologo, presidente dell’Associazione nazionale dipendenze tecnologiche e cyberbullismo).
Giuliana Cenci
Dott. Ssa in Scienze Storiche
Operatrice antiviolenza
Associazione “Mariposa”