La destra al governo vorrebbe imporre una sua egemonia in questo settore.
Ma non ha gli uomini adatti e neanche una strategia. L’egemonia si conquista dal basso e non occupando le casematte di luoghi decisionali
L’egemonia culturale non si conquista con le poltrone: la destra e la sfida dei contenuti.
La vicenda legata alla successione di Gennaro Sangiuliano al Ministero della Cultura, oltre ad aver riempito le pagine dei giornali e ad aver mostrato in tv la faccia melodrammatica della politica nostrana, si intreccia con una riflessione più profonda sull’egemonia culturale in Italia: la destra, attualmente al potere, sembra mostrare una difficoltà strutturale nel costruire un apparato intellettuale e culturale capace di competere con quello che, dal dopoguerra, è stato storicamente dominato dalla sinistra. L’egemonia culturale – come sosteneva Antonio Gramsci – non si ottiene semplicemente occupando luoghi di potere o istituzioni, ma attraverso la creazione e la diffusione di contenuti capaci di permeare la società e influenzare il modo di pensare della popolazione. È proprio su questo piano che la destra italiana, pur avendo conquistato le leve del potere politico, sembra ancora in difficoltà. La sinistra ha costruito, nel corso dei decenni, una rete di intellettuali, editori, giornalisti e artisti che hanno plasmato il dibattito pubblico e culturale. Questo non è avvenuto per caso, ma attraverso un lavoro costante di produzione e diffusione di idee, valori e narrazioni che hanno avuto un forte impatto sulla società.
In questo senso, la destra attuale, pur essendo riuscita a piazzare figure come Sangiuliano (ex direttore del TG2) nei posti chiave del mondo culturale, non sembra essere in grado di proporre una visione culturale coerente e altrettanto influente. Ciò che emerge è la mancanza di un personale intellettuale in grado di sostenere il confronto con quello di sinistra. L’esempio di Giovanni Gentile, il filosofo che fu uno dei principali ideologi del fascismo e colui che costituì una riforma scolastica organica nel 1923 assieme a Giuseppe Lombardo Radice, viene spesso citato come un paragone schiacciante per l’attuale classe dirigente di destra, che sembra non essere riuscita a produrre figure di altrettanto spessore. Un altro aspetto interessante è la marginalizzazione degli intellettuali di destra che potrebbero rappresentare delle voci indipendenti e autorevoli. Un esempio lampante è Giordano Bruno Guerri, storico e scrittore, che da anni si distingue per il suo pensiero libero e fuori dagli schemi. Tuttavia, figure come lui sembrano essere state progressivamente emarginate, forse perché non allineate completamente con le scelte politiche e culturali del centrodestra attuale.
Questo solleva una questione importante: la destra non solo ha pochi intellettuali di riferimento, ma sembra anche non valorizzare quelli che ha, preferendo una linea più legata alla fedeltà politica che alla qualità delle idee. La nomina di Sangiuliano come Ministro della Cultura ha alimentato numerose polemiche, non solo per la sua scarsa esperienza in ambito culturale, ma anche per il suo ruolo di rappresentante di una destra che, come detto, fatica a produrre una narrazione culturale incisiva. La mancanza di un percorso accademico solido e la sua carriera giornalistica legata ai media filo-governativi hanno fatto sì che la sua figura non venisse vista come un punto di svolta per il Ministero della Cultura, ma piuttosto come una conferma di quella tendenza della destra a occupare posizioni senza proporre un reale cambiamento nei contenuti. Diverso è il caso di Alessandro Giuli, successore di Sangiuliano e figura certamente più qualificata dal punto di vista culturale, autore del libro Gramsci è vivo, un testo che dimostra una riflessione critica e profonda sull’eredità del pensiero gramsciano. La sua presenza potrebbe rappresentare un tentativo della destra di costruire una proposta culturale più solida e articolata.

Tuttavia, rimane il dubbio se Giuli sarà in grado di affermarsi come un intellettuale libero e autonomo, o se invece cadrà nella trappola di diventare un “subalterno della Meloni”, seguendo una linea più vicina alle esigenze del Palazzo piuttosto che a quelle del dibattito culturale. Anche Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale di Venezia, è un’altra figura interessante in questo contesto. È noto per la sua indipendenza intellettuale e per il suo approccio critico alla politica e alla cultura, che non sempre coincide con le posizioni ufficiali del governo. La sua nomina alla guida della Biennale è stata vista come una mossa strategica per rafforzare la presenza della destra nel mondo della cultura, ma resta da vedere se sarà in grado di operare in autonomia o se dovrà piegarsi alle imposizioni del governo. La Biennale di Venezia è un’istituzione culturale di respiro internazionale, e la sua direzione richiede una grande sensibilità verso le dinamiche globali dell’arte e della cultura. Buttafuoco, con la sua preparazione e il suo spirito critico, potrebbe riuscire a portare una ventata di novità, ma dovrà anche confrontarsi con le pressioni di Palazzo Chigi, che potrebbero limitare la sua libertà di azione.
La questione centrale, dunque, è se figure come Giuli e Buttafuoco riusciranno a svincolarsi dagli “amichettismi” e dalle imposizioni politiche per affermarsi come leader culturali indipendenti. La cultura, infatti, non può essere semplicemente amministrata come un qualsiasi altro settore della politica, richiede visione, competenza e la capacità di dialogare con tutti i settori della società, senza piegar- si alle logiche di potere. Se la destra italiana vuole veramente conquistare un’egemonia culturale, dovrà dimostrare di avere intellettuali capaci di produrre contenuti che vadano oltre la semplice occupazione delle istituzioni. La strada per costruire una narrazione culturale solida e convincente è ancora lunga, e passa attraverso il coraggio di valorizzare le voci libere e indipendenti, piuttosto che soffocarle sotto il peso della politica.
In definitiva, la nomina di figure come Sangiuliano e Giuli, così come il ruolo di Buttafuoco alla Biennale, rappresentano delle sfide cruciali per la destra italiana: se riusciranno a svincolarsi dalle logiche di partito e a proporre una visione culturale innovativa e indipendente, potrebbero aprire una nuova fase nel panorama culturale del paese. Tuttavia, se queste figure si limiteranno a seguire le direttive di Palazzo Chigi, rischiano di perdere una grande opportunità per costruire una reale egemonia culturale, dimostrando che la destra, oggi, non ha ancora le risorse intellettuali per reggere il confronto con la sinistra.
Tommaso Guernacci
Docente di Letteratura