Il cammino di Santiago. Conta il viaggio, non la meta
Caminante, son tus huellas el
camino, y nada mas.
Caminante, no hay camino, se
hace camino al andar.
Tu che cammini, sono le tue
impronte il cammino, e niente
più.
Tu che cammini, non c’è
cammino, il cammino si fa
andando.

Pochi versi, bellissimi, di una celebre poesia di Antonio Machado, tra i maggiori poeti spagnoli del secolo scorso. È il viaggio, non la meta, ciò che conta, sembrano dire le sue parole. Anche se, a onor del vero, talvolta la meta conta e ancor più conta come arrivarci. Contava senz’altro per i milioni di pellegrini che, a partire dal Medio Evo, sostenuti da una devozione appassionata che noi non possiamo nemmeno immaginare, abbandonavano tutto per percorrere a piedi mezza Europa e spingersi fin dentro un ventoso e sperduto angolo della Galizia, poco sopra il Portogallo.
Lungo una delle più antiche e leggendarie vie di pellegrinaggio del mondo cristiano. Scavalcati i Pirenei a Roncisvalle, attraversava il nord della Spagna, l’arida pianura e i monti spogli della Castiglia e poi, superato il valico del Cebreiro, si concludeva all’interno di una maestosa cattedrale eretta a guardia di una grande piazza. Dove le stelle del cielo (campus stellae) avevano condotto moltitudini di pellegrini, desiderose di toccare con mano le reliquie dell’Apostolo Giacomo lì custodite. El Camino de Santiago, la cattedrale di Santiago de Compostela. Qualcosa di paragonabile, tanto per rendere l’idea, all’ambitissimo pellegrinaggio dei musulmani alla Mecca.

Devo aver pensato queste cose qualche settimana fa, mentre camminavo con un gruppo di una ventina di amici, tra i quali molti bambini, sul tratto finale del Camino Francés, l’itinerario storico del Camino de Santiago per distinguerlo dagli altri più recenti provenienti dal Portogallo o dall’Inghilterra. Più o meno 115 km, degli 800 complessivi, in otto tappe rigorosamente a piedi. Attraverso sentieri immersi nelle foreste infinite di eucalipti, tra villaggi abbandonati di poche case, e chiesa, di granito e ardesia, con lo sguardo perso oltre l’orizzonte quando gli alberi cedevano il passo alle distese, anche queste senza limite, dei campi di mais e di grano.
Un’esperienza bella e forte. Non un pellegrinaggio, che pretende una devozione che non ho e che resta comunque un fatto intimo e personale al quale avvicinarsi, è il caso di dirlo, in punta di piedi e con il massimo rispetto. Non una scampagnata. Piuttosto una metafora, carica com’è di simbolismo, alla quale ognuno finisce per trovare il significato che vuole. Senza bisogno di ulteriori giustificazioni. Frotte di persone da ogni parte del mondo, del resto, continuano a imbarcarsi in questa avventura per i motivi più vari, che, per quanto diversi da quelli degli antichi pellegrini, non necessariamente ne tradiscono il senso. Ecco la cosa che ti stupisce e ti conquista.
Lo capisci dal silenzio dei passi, uno dietro l’altro, “golpe a golpe….” avrebbe detto Machado, dall’atmosfera impalpabile alla quale tuttavia non puoi sfuggire e dal rispetto, questo sì intimamente sacro, dei luoghi. Tutti i luoghi. Altro che i nostri paesi, le nostre strade, i nostri vicoli, i nostri sentieri e i nostri fossi, violentati dal disprezzo e dimenticati nell’incuria. In una parola, traditi. A voler essere sinceri, poi, pellegrini “autentici” mi è capitato di incontrarne tra i tanti caminantes. Circondati da una fitta nebbia, avanzavano in processione su un ripido sentiero di montagna guidati da un eroico sacerdote, che seguitava imperterrito a intonare l’Ave Maria sotto la pioggia battente.

Un’immagine di altri tempi? No, attualissima. E, potente. Almeno per me, che continuo a provare una certa invidia per chi si ostina a conservare il senso del sacro in una società che invece sembra avervi rinunciato. Quale perdita!
Paolo Fantini