Il futuro del passato

Come il neofascismo può inserirsi nella post-democrazia

Il tentativo di “defascistizzare” il fascismo, come affermava uno dei più grandi storici italiani del Ventennio, Emilio Gentile, è sempre stato un atteggiamento ricorrente in Italia. Una volontà intenta a spogliarlo dalle peculiarità del totalitarismo, ricollocandolo soltanto intorno alla figura politica di Mussolini. La sinistra intransigente, “marxista”, accusò i suoi storici di “revisionismo storico”, scagliandosi contro Renzo De Felice, accusato di giustificare il fascismo e di “eccessiva adesione al personaggio oggetto del suo lavoro”.

Giovanni Sabbatucci, allievo di De Felice, intraprese studi storiografici per indagare il consenso raggiunto dal fascismo, soprattutto tra il 1929 ed il 1936, cercando di andare oltre l’interpretazione marxista “del regime reazionario borghese”. Il termine “revisionismo storico”, ha mutato forma e significato nel tempo; furono le tesi di nuovi studiosi sull’interpretazione di fatti storici, la ricerca di più profonde verità, oltre la storia ufficializzata, che furono accusate di “revisionismo”. Riscrivere la storia “funzionalmente” è pratica politichese per il consenso, e non appartiene solo all’Italia. Occorre per giustificare la geo-politica e ridefinire alleanze e nemici, ridefinendo le vittime ed i colpevoli. Cercare rassicurazione in un passato ritenuto glorioso e meraviglioso, di miti ed eroi, è ciò che consente ad un governo di affermarsi, mentre i cittadini ritrovano la speranza, conforto. Non è rilevante nel contesto mediatico, che le notizie enunciate dal governo siano vere, basta che siano credibili; non è importante che effettivamente la disoccupazione, il costo della vita, la precarietà, la malasanità, siano colpa della cattiva ed inefficiente capacità politica, ma basta far direzionare l’occhio di bue sugli stranieri e gli immigrati, per la questione sicurezza, senza mai parlare di disagio sociale e
giovanile; di declino morale, puntando l’attenzione sulla comunità LGBTQIA e le famiglie arcobaleno, per non riconoscere il totale fallimento politico, sulle nuove questioni civili.

L’individuazione di capri espiatori per fronteggiare le questioni inerenti l’assetto sociale e civile, si presenterebbe come la strada più semplice, la quale grazie a superficiali generalizzazioni, sarebbe in
grado di fornire risposte immediate a questioni molto più complesse. Gli stranieri sarebbero tutti delinquenti, non meritando la cittadinanza, così come i loro figli nati qui; la comunità LGBT- QIA sarebbe un agglomerato di depravati che vorrebbe attraverso l’educazione affettiva nelle scuole, forviare i nostri figli, verso la pornografia, la perversione e l’immoralità. Anche papa Francesco è d’accordo. Tutte le difficoltà delle famiglie italiane passerebbero per tali questioni: la lentezza della crescita del PIL, il debito pubblico, la precarietà lavorativa, il calo demografico, la delinquenza organizzata, le baby gang, le baby prostitute, l’aumento delle dipendenze da alcool e droghe e l’abbassamento dell’età riguardo tali dipendenze, sarebbero riconducibili a? Lo “smarrimento psicologico di massa” contemporaneo (A. Einstein), dettato dalla paura dell’incertezza economica nazionale, dagli eventi mondiali come la crisi climatica, le forti migrazioni causate principalmente dall’aumento delle guerre, indurrebbe le persone a prediligere una politica in grado di interpretare le emozioni, la paura principalmente.

Parlare con la pancia ed alla pancia, attraverso una comunicazione semplice (e semplicistica), possibilmente
diretta, dal tono fermo e deciso, talvolta arrogante ma capace di conferire sicurezza e fiducia e soprattutto rassicurazione, funziona bene.

Tra le risoluzioni immediate, ci sarebbe l’intervento sulla condotta ed autodeterminazione individuale, particolarmente sulle persone della comunità LGBTQIA, o sulla limitazione del diritto all’aborto delle donne.

Non si possono attendere i tempi lenti del dialogo, della riflessione, della ponderazione, del confronto a dare le risposte. Proprio appellandosi ad un “confronto delle idee”, Massimo Cacciari ha scritto una lettera al nuovo ministro della Cultura, ma propriamente indirizzata a tutte le forze di governo, che è stata ignorata. Il livellamento culturale ed il distacco della sinistra dalla “Cultura” vera e propria, ha causato la bipartita degli studiosi, e degli intellettuali, inascoltati e messi da parte in nome di una cultura di massa basata sulla comunicazione social, superficiale e veloce, degli influencer, che ben collima con la fame di concretezza e velocità delle risposte che le persone vogliono avere.

Nella società post-democratica, il confronto politico non tiene il punto, mentre il populismo presenta un’alternativa concreta. Se la sinistra ha mancato la propria “storicizzazione”, ovvero non ha avuto la coerenza di un riepilogo unanime della memoria storica da passare alle generazioni successive, sia riguardo il fascismo, sia sulle lotte partigiane, e il protagonismo democratico attuato dalla Costituente, oggi la concretezza della politica si basa anche sul “potere clanico” del capo del governo e della sua famiglia (T. Montanari). La cultura di Fratelli d’Italia è una cultura fascista, la matrice dalla quale non si è mai liberato e tale matrice vuol dire solo odio per la democrazia, ecco perché propongono la riforma del premierato, centrata nelle mani del capo. Il governo italiano si riconosce nel governo Orbàn, tanto che nell’aprile 2024, quando al Parlamento europeo è stato presentato un rapporto in cui si considera l’Ungheria un paese in cui sono stati violati i principi dello Stato di Diritto: FDI e Lega, hanno votato contro. Oltre alla cultura basata su “dio, patria e famiglia”, intorno ai quali si incentrerebbe tutta la politica del Governo, ma effettivamente, quale sarebbe l’idea di cultura della destra? Se la matrice del fascismo è l’odio per il sistema democratico, e la democrazia si basa sul rispetto di tutte le idee, come può inserirsi il neofascismo nella democrazia? Come diceva Pertini, il fascismo non è un’idea, “è la morte di tutte le idee”. Mi trovo concorde con una considerazione di M. Veneziani sulla sinistra che “ha
perso la sua anima popolare e proletaria, la sua critica al Capitalismo, riducendosi a un radicalismo da ztl, snob e presuntuoso; ora si completa il processo e la sinistra diventa un centro di potere culturale privo di cultura, di pensiero politico, di elaborazione delle idee. (…)

Altro che auspicato “revisionismo storico” di De Felice, forse la vera ancora di salvezza per il riscatto della sinistra. Se le capacità di autolettura delle proprie colpe, si unissero alla concretezza politica unanime della sinistra, le battaglie sui diritti civili, sarebbero efficienti e non lascerebbero l’intraprendenza alle associazioni, ma con esse innescherebbero movimenti ben più ampi. Se si riappropriasse dell’anima popolare, grattandosi di dosso quell’atteggiamento “radical chic” che l’ha portata lontano dagli elettori e ad essere un alito di vento e non “vento rivoluzionario” oltre che politicamente corretta da talk show, forse anche questo Paese potrebbe cambiare anima. “I nostri diritti non sono altro che i doveri degli altri nei nostri confronti.” (Norberto Bobbio).

Giuliana Cenci
Dott. Ssa in Scienze Storiche
Operatrice antiviolenza
Vicepresidente Associazione “Mariposa”

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