Alle 2 e 10, mattina del 27 agosto 2024, mio fratello Costantino, Enzo, salutava questo mondo dove ha vissuto fatiche, gioie e dolori. Molti, a casa, hanno ancora le solide belle sedie di cui era maestro artigiano. Ero stato da lui due giorni prima. Non riusciva più a parlare. Parlava con la luce degli occhi preoccupati ma sereni. Si era dato l’obiettivo di arrivare a 95 anni. Ha vissuto sei mesi in più! Con gli occhi mi ha dato memoria della storia familiare, il volto di mio padre Natale, soprattutto di mamma Paolina.

Ecco, nostra madre! Il ricordo di mia madre negli occhi morenti di mio fratello ha ricordato le numerose visite che per quasi mezzo secolo ho fatto con lei al Cimitero per sostare raccolti o per conoscerne la vita narrata presso le tombe di parenti, amici o di semplici conoscenti. L’ultima sosta, inevitabile, era davanti alla tomba di una giovane dal bel volto di cui mia madre ogni volta mi raccontava la breve vita, solo tre anni, a Cori. Era la tomba di Maria Minasi con lapide commemorativa affissa al muro che cingeva a occidente il Camposanto. L’ultimo fiore, spesso una rosa, mamma lo posava sempre sulla tomba di Maria. Mamma ne era devota. Mamma mi impegnò, per quando lei non avrebbe più potuto, a sostare sempre davanti alla tomba di Maria in ogni visita al Cimitero qualunque ne fosse stata la causa. Così ho fatto per quaranta anni dalla morte di mamma, 1983, fino alla demolizione della tomba di Maria. Purtroppo spesso prendono questo tipo di decisioni persone ignoranti della storia di un paese, che non si fanno domande prima d’agire. Non riflettono sul “Genius Loci”. Maria ne faceva, ne fa ancora parte!
Enzo Caucci Molara ha il merito di averci ricordato almeno dal 2016 la vita e la morte di Maria Minasi e pur sobriamente l’anniversario del 18 gennaio 2020, a 100 anni dalla morte. Scrisse nel 2016: “Cori, 18 gennaio 1920. Il suicidio della maestra Minasi. Anniversario di un episodio di cronaca che turbò non poco i nostri antenati ma che oggi in pochi conoscono. La maestra Maria giunta da Bagnara Calabra per insegnare nelle nostre scuole civiche (allora si chiamavano così), si accorse di aspettare un bambino da una relazione clandestina con una persona di Cori molto conosciuta. Si tolse la vita per la vergogna”. Lodevole il ricordo. Ma io subito commentai: “Unico rilievo: la notizia che Maria aspettasse un bambino mi pare infondata. Credo anche che Maria non vivesse una relazione clandestina. Non so dove Enzo ha attinto queste notizie. Mia madre, che conosceva bene Maria, vivevano a 100 metri l’una dall’altra, ne frequentava le scuole serali, mi ha sempre narrato che Maria era fidanzata con persona di una famiglia agiata di Cori che per ragioni “patrimoniali” la lasciò per sposare altra donna con buona dote. Una delusione certo d’amore che Maria non sopportò e decise di lasciare questo misero mondo.
Maria era nata a Bagnara Calabra ma proveniva da Roma dove risiedevano i suoi genitori: Rocco Luigi Minasi, Direttore didattico e la madre Maria Di Pino. Maria era giunta a Cori nell’autunno 1917 per insegnare nelle scuole civiche nel triennio 1917-1920. Aveva preso alloggio in via Cavour 7 dove decise di porre termine alla sua giovane vita il 18 gennaio 1920 alle ore tre e trenta minuti. La denuncia della morte fu fatta da Silvestro Pistilli, sacerdote, e Luigia Pistilli, casalinga. Testimoni: l’insegnante Alberto Giovangrossi e l’impiegato Emilio Carucci. Tutto il paese fu sconvolto da questo triste evento e partecipò al suo funerale a cominciare da mia madre allora ventenne.


La sua tomba e la lapide, dopo cento anni, sono state demolite. Il mio dolore è stato immenso quando ho appreso questa errata decisione. Grande, credo deve essere stato lo stupore di mia madre e della stessa Maria che vivono nella profonda coscienza dell’universo dove non so se possano esistere sentimenti di legittima sofferenza per quanto accaduto. Sulla lapide distrutta si leggeva: “Maria Minasi/Nata a Bagnara Calabra/Vissuta a Cori/L’ultimo suo triennio/Consacrando alle civiche scuole/Giovanili feconde energie/Cara a tutti e desiderata/Per ingenua sincerità di animo/Singolarissimo delicato sentire/Cuore buono ardente generoso/Ventiquattrenne/Il 18 gennaio 1920/Tra lagrime e fiori/ Cangiò questa per la vita del cielo”. Dopo la distruzione della tomba gliene è stata di recente dedicata un’altra con una sobria lapide che forse bisognerebbe sostituire ripristinando la scritta originaria.
Nella mio libro di poesie “Amore parola al plurale”, prefazione di Gianni Borgna, Antonio Pellicani Editore, 1994, si possono leggere questi miei versi in memoria di Maria Minasi scritti il 3 gennaio 1993.
“Maria Minasi/ ha portato a Cori/lo splendore azzurro/del mare di Calabria,/terra allora lontanissima/e quasi mitica e una bellezza soave,/un profumo d’agrumi/che tenevano incantati/ai banchi gli scolari/della giovane maestra,/le giovani mamme che ammirate/le facevano corona/nei doposcuola serali,/i giovani che colpiti/dal suo sorriso dolce/dal suo portamento tranquillo/la seguivano umili/pieni di speranze./Gli occhi di Maria erano belli/come olive di Bagnara Calabra/e a Cori incontrarono l’amore/che presto, inquietante mistero/dei sentimenti che mutano/o amara scelta di interessi/d’una economia difficile/nella Cori del primo quarto di secolo,/si rivelò tradimento e inganno./La sua anima/fragile e delicata,/libera e limpida,/non volle accettare/e scelse di lasciare questo mondo./Un popolo intero ti pianse Maria/e ti ha ricordato a lungo/e ancora ti ricordano/allievi e figli di allievi./Anche mia madre ti voleva bene,/sempre ha portato un fiore/sulla tua tomba ed ormai/sepolta a dieci metri da te,/mi ha lasciato il dovere/di una preghiera che muta,/urlata nell’intimo,/ti vengo a portare/lungo il muro d’occidente/del cimitero in fronte all’Artemisio,/in fronte al mare,/in fronte al tempo infinito/che nel secondo ultimo se ci sarà/chiuderà amori e tradimenti.”.
Pietro Vitelli