Il sovranismo all’assalto su tutti i fronti che reggono la civiltà moderna: scienza, ambiente, diritti
Parlare di identità e radici è davvero complesso. Per noi essere umani i due concetti hanno notevole importanza sia a livello individuale che collettivo.
Pensiamo a un’identità che si costruisce, a quante volte dobbiamo smussarla, metterla in crisi e pensiamo a quante identità individuali così descritte esistono, a quante identità collettive, di popoli, che si costruiscono alla stessa maniera, ci sono nel mondo. Un pensiero che dà le vertigini. La necessità di cercare un nucleo che ci caratterizzi e identifichi è dunque profondamente umana, rassicura, crea uno spazio confortevole, anche geografico, spazio che può vacillare con l’incontro con l’altro. Esperire l’alterità è come spalancare una finestra da cui possono entrare luce e calore ma anche pioggia e freddo, può destabilizzare e renderci vulnerabili. In questa esperienza sembra che dimentichiamo quanto tutti questi elementi, anche quelli apparentemente meno confortanti, possano
contribuire al “farsi un’identità”, che rimane, per tutto l’arco della vita, un intreccio dinamico e mutevole.
Quello a cui stiamo assistendo è invece una appropriazione del concetto di identità in chiave conservatrice, possiamo dire restauratrice. Un’identità esclusiva, pura, che evoca, a partire da tradizioni storiche o religiose qualcosa di permanente, da accettare, proteggere e rafforzare.

Nel nome di un nazionalismo non troppo diverso da quello del secolo scorso, scorgiamo in Europa e non solo, spinte disgregatrici che ci allontanano dai valori che hanno in qualche modo costruito le società democratiche in cui viviamo, dai valori che ci permettono di condividere questo stesso spazio di universo: l’impegno per la pace, la tolleranza, la lotta alla povertà, la lotta in difesa dell’ambiente, della libertà, dei diritti, l’impegno per un equilibrio tra sentimenti nazionalistici e uso della razionalità. Nel nome di un concetto avvicinabile a quello di nazionalismo, cioè sovranismo, i valori da proteggere sono invece la sicurezza della nazione, l’identità nazionale, le radici, le tradizioni, la cultura, con il pericolo di derive ideologiche, stigmatizzanti, escludenti, razziste. Premesse che possono portare facilmente al riaccendersi di altri conflitti armati tra Stati.
Le domande sono: possiamo riappropriarci di questi concetti e valori in chiave democratica? Possiamo reclamare identità (qualsiasi cosa voglia dire) senza mettere a rischio gli equilibri internazionali e sovranazionali? Possiamo appartenere a una tradizione senza esserne prigionieri? Possiamo parlare di radici senza “radicalismi”? Io rispondo di sì.
Dopotutto abbiamo visto che l’identità non è qualcosa di permanente, anzi potremmo dire, con l’antropologo Francesco Remotti che si tratta di “una finzione che si ammanta di realtà dando l’impressione di una realtà già acquisita e consolidata” o, per tornare alla sfera più prettamente privata, che «le persone di una persona sono numerose in ogni persona» (espressione bambara). Allo stesso modo, una nazione democratica è un “plebiscito di tutti i giorni” dice Renan, fondato sull’adesione ai principi di libertà e democrazia e non su appartenenze di tipo etnico, religioso, identitario. La tradizione si riattualizza a seconda delle necessità del presente e dunque può essere diversa o cessare di esistere; molte consuetudini sono recenti e studiate ad hoc per legittimare una presunta identità. Una cultura non è un blocco compiuto ma l’esito di incontri, scontri, scambi, innesti, innovazioni, cambiamenti e soprattutto farne parte significa anche interagire, dissentire, discostarsene.
E infine, la metafora biologica delle radici, poi- ché legata ideologicamente ai concetti appena ricordati, sembra esprimere l’impossibilità di sopravvivere lontano dalle “proprie radici”, dal nutrimento che da esse proviene. Pensiamo anche all’espressione “mettere radici”. Tutto rimanda a una concezione statica dell’esistenza (dunque dell’identità e della tradizione) in cui l’essere umano assimila passivamente le caratteristiche di una cultura. Le radici sono il prodotto di varie culture, di vari popoli.
E allora se vogliamo usare questa metafora possiamo farlo a nostro favore pensando che difficilmente un albero si trova isolato e sapendo che le radici, tramite il terreno o l’aria, entrano in contatto con quelle di altri alberi. C’è comunicazione e scambio continuo. Se queste radici non sono accompagnate dalla capacità di proiettarsi al futuro, verso le identità aggiornate, le culture che cambiano, le tradizioni che finiscono (oppure no), sono radici che non hanno futuro. Tutto, secondo me va a favore di una lettura democratica del concetto di identità.
Elisa Trifelli
Docente
Dott.ssa in Filosofia