Il disegno come istinto. La malattia e l’intuizione dei corpi che invadono gli spazi
Rebecca Horn è una di quelle artiste che nascono con il disegno dentro. Viene ricordata per le sue performance, video, film, istallazioni, ma la sua anima è il disegno.
Ci sono di questi artisti che più di altri hanno il dono del gesto della matita o dei pastelli; che riescono a trasmettere la profondità della loro anima più che con altre tecniche, proprio e solo con il disegno.

Horn apprende questa pratica dalla sua governante rumena fin da giovanissima e ne rimarrà per sempre legata, soprattutto nel periodo del dopoguerra, quando, racconta, si sentiva respinta, lei tedesca, a causa della sua nazionalità. Con il disegno, invece, non conoscendo esso lingue e dialetti – non si disegna mica in tedesco o in italiano o in russo – ma sfruttando la potenza dell’immagine poté crearsi una via di fuga e un linguaggio espressivo più libero e immediato rispetto a quello verbale.
Il disegno la salverà come artista quando nel corso del suo primo periodo da scultrice, negli anni ’60, utilizzava fibra di vetro e poliestere ignorando le proprietà tossiche di questi materiali. Una grave lesione ai polmoni la costrinse ad una lunga convalescenza. Sentirà l’odore della morte vivendo la sua malattia e vedendo morire entrambi i genitori. Carta e matite saranno la sua salvezza.
Fu in questo periodo che accadde un altro miracolo nella sua carriera. L’intuizione e la necessità che prima o poi hanno tutti gli artisti: andare al di là di quello che c’è. Immaginare porte inesistenti per il gusto di poterle aprire nei confronti di realtà immaginifiche e incomprensibili ai più.


Già dal letto d’ospedale cominciò disegnare figure umane abbigliate di sculture indossabili o vere e proprie estensioni del corpo. Proprio le estensioni corporali permetteranno a Horn di creare immagini surreali e inaspettate che fenderanno lo spazio con le performance messe in atto dall’artista. Le protuberanze posticce fatte di balsa e tessuti che allungando il proprio corpo devono necessariamente cercare nuovi baricentri del corpo stesso permettendole di invadere uno spazio fino ad ora sconosciuto. Eppure quello spazio era lì, è sempre stato lì, ma con la visione tradizionale
era impossibile conoscere. Ha sfondato una membrana spaziale o perlomeno ci ha provato. Con Unicorno del 1970 tenta di attraversare un campo di grano infastidita da questo lungo corno sulla testa che la costringe a cercare continui equilibri. Tra le più interessanti di questo periodo c’è Pencil mask (maschera di matite), una vera e propria maschera che le avvolge la testa nella quale sono incastonate delle matite. Tenta allora di creare segni e disegni con il movimento della testa-mascherata. Il concetto non è legato all’atto di disegnare in sé, ma servirsi del disegno per sfondare quella membrana spaziale ed approcciare ad un nuovo piano visivo.

Ritenuta una delle artiste più influenti del XX secolo Rebecca Horn si è spenta lo scorso 6 settembre, lasciando una tale quantità di lavori, spunti e riflessioni paragonabili solo all’unico gigante del Novecento: Marcel Duchamp.
Edoardo Bernardi