Ars pubblica. Il Pulcinella delle occasioni perdute

Napoli fa il bis. Dopo la gigantesca Venere degli stracci di Pistoletto data alle fiamme, l’opera deludente del designer Gaetano Pesce. A fiorire non sono confronti e stimoli propositivi, ma solo vignette e post da bar dello sport

C’è un aspetto in tutta questa vicenda che va sottolineato: l’arte pubblica che viene esposta da diversi anni in Italia è perfettamente coerente con la politica e le istituzioni che la propongono, la finanziano (in parte magari) e la servono su un piatto gourmet da improvvisati chef di cultura social, che sazia gli occhi, ma lascia digiuni le anime e il pensiero. In effetti i punti da chiarire sono molteplici e il fatto che le cose debbano essere spiegate non è altro che la conferma che qualcosa non è arrivato dove ci si aspettava.

Gaetano pesce era un designer. E quando il designer si mette a fare l’artista è come l’architetto che si mette a fare il grafico. Disastri a gogó. Mi piace Pesce designer, mi ha fatto sempre sorridere e mette decisamente il buonumore. Mi piace leggerlo e osservarlo per quello che è: un produttore di oggetti e relazioni tra lo spazio che occupano e chi li vive. Ma una poltrona progettata da un designer, esposta in piazza Duomo a Milano, rimane una poltrona. Magari gli si dà anche un nome, Maestà sofferente, e tutti contenti anche per la didascalia a margine. Una poltrona rimane una poltrona, se fatta da un designer.

Cosa diversa è se l’artista Maurizio Cattelan prende una banana e la appiccica al muro con del nastro da imballaggio (2019). La banana non è più il frutto, ma diventa l’innesco di un ordigno capace di deflagrare nelle coscienze della società.
L’arte agli artisti e la téchne ai designer. Dove per téchne i greci intendevano la capacità di capire come costruire un oggetto, un manufatto, in grado di assolvere ad una funzione. Design quindi, non arte per come la intendiamo noi oggi. Per tornare al nostro Pesce (scusate l’ilarità), un altro punto da chiarire è come si arriva all’opera realizzata postuma per Napoli, partendo dall’idea dell’autore, dai suoi bozzetti (belli), e aggiungerei alla percezione che il pubblico ne ha avuto.

Il designer voleva solamente omaggiare la città di Napoli, a lui sempre cara, ricordo delle origini di famiglia.

Per lui Napoli era Pulcinella. O meglio, l’essenza, il succo, la sintesi della sua idea per la città partenopea e dei suoi abitanti potevano essere ridotti alla maschera di Pulcinella. Da qui la semplice rappresentazione del vestito bianco con dei bottoni neri (questi successivamente rimossi perché si poteva confondere con un altro personaggio, Pierrot) ben concepita nei disegni studio. Di fronte all’astrazione del Pulcinella aveva pensato a due grandi cuori trafitti da un dardo. Iconografia dell’innamoramento. E questo è tutto.

Quando un designer fa l’artista si cade nella banalità, nella didascalia e nella retorica pura. Perché per il designer tutto deve avere una funzione, un senso, un’azione da assolvere. Si perde la leggerezza, la spontaneità, e forse anche una sana innocenza infantile propria dell’animo dell’artista. Poi c’è da dire sulla realizzazione, postuma, alla quale l’artista residente a New York e scomparso ad aprile, non poteva certo assistere. Da qui le basi per il grande equivoco a sfondo sessuale: il vestito di Pulcinella misura 12 metri di altezza. Il rapporto tra altezza e larghezza non aiuta a distogliere l’idea che i burloni (tanti) si sono fatti dell’opera. Un’opera molto grande quindi (o “molto glande” come direbbe, a ragione, guardandola un turista cinese in visita a Napoli), che prende il posto di un’altra opera comparsa recentemente a Napoli: la Venere degli stracci in versione XXL. Altra “grande” opera, altro flop. Lì le fiamme hanno pensato di ristabilire una normalità distruggendo il fallito revival.

Comedian (La banana)
Maurizio Cattelan_ 2019

A rimetterci in tutta questa vicenda è prima di tutti Gaetano Pesce. Invece di celebrarlo a mesi dalla morte con un evento museale, lo si da in pasto ai trogloditi da smartphone mentre gli organizzatori della Napoli Contemporanea continuano a giustificare tutto con la solita frase “l’Arte deve suscitare confronto, dibattito e crescita”. Si! l’Arte, non la sua pantomima. Poi ci rimettono anche la società, i giovani, i curiosi. E’ proprio vero, se “il sole della cultura è basso anche i nani sembrano giganti”. E di “nani” ne abbiamo visti negli ultimi anni al timone della proposta culturale istituzionale. A Roma non si celebra una grande mostra da anni. Le Scuderie del Quirinale sono in letargo e per una mostra sul Futurismo ci si gioca un Ministero, o forse di più. Ci meritiamo Palazzo Bonaparte (privato) con le mostre di Jago e “mostruncole” su Van Gogh.

Edoardo Bernardi

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