La Democrazia è una pianta di basilico

Il valore della Costituzione, la nostra vera carta identitaria

Per far comprendere ai miei alunni, ormai grandicelli, i concetti di Democrazia e Dittatura, facevo l’esempio del basilico e della pianta grassa. La Democrazia è come una pianta del basilico, dicevo, bisognosa di cure, sensibile al troppo vento, alla siccità o all’eccesso d’acqua, da tenere al riparo dal sole di mezzogiorno e dal gelo della notte. Democrazia come il basilico, tanto impegno e sacrificio a coltivarlo, ma con un profumo intenso e fresco di buono. Viceversa la Dittatura somiglia ad una pianta
grassa, tenace il sapore delle sue spine, insensibile al freddo ed al caldo, non necessita d’acqua o d’essere riparata dal vento e dalle intemperie, più semplice da “coltivare”, non richiede impegno alcuno, fa da sola. Democrazia e Dittatura, il confronto parrebbe improponibile, ma quando poi c’è da dare fragranza ad un piatto di spaghetti al pomodoro, non si hanno dubbi su quale sia la pianta da preferire. Così la differenza spiegata ai miei alunni. La Democrazia è una pianta impegnativa, mai scontata nel tempo, trasmissibile da una generazione all’altra solo attraverso la partecipazione costante delle donne e degli uomini che hanno saputo riconoscere in essa il fondamento di una convivenza civile che, altrimenti, sarebbe stata impossibile. La Democrazia è sacrificio e partecipazione. La Dittatura, invece, è l’abbandono delle regole, la prevaricazione dei diritti, le “spine” feroci di una società che affida alla voce grossa di un capo autoritario, ed alla sua cerchia ristretta di fedeli, il destino di una nazione.

La nostra Costituzione, nata nel 1948 all’indomani di un lungo periodo di dittatura fascista e di una sciagurata guerra, è stata elaborata dai padri costituenti che stilarono l’insieme dei princìpi fondamentali del nostro stato democratico. Essi raccolsero in un centinaio di articoli le regole di una “grammatica” civile, proprio come per una lingua, ma che, a differenza di essa, non possono mutare, sono rigide, pena l’involuzione, il decadimento in senso autoritario dello Stato. Sembra un paradosso, ma non lo è, i princìpi fondamentali e le regole della Costituzione, non sono trattabili. La loro rigidità è l’asse portante, la tenuta stessa dello Stato democratico, nessuna flessibilità è possibile sui diritti, doveri e rapporti etico sociali.

Essi sono espressi in particolar modo nella prima parte, nei Principi Fondamentali (art. 1 – 12) e nella seconda parte: diritti e doveri dei cittadini (art.13-28) e rapporti etico sociali (art. 29 – 34). Seguono, non meno importanti, i rapporti economici (art. 35 – 47); i rapporti politici (art. 48 – 54); l’ordinamento della Repubblica (art. 48 – 82); la figura del Presidente della Repubblica (art. 83 – 91); il Governo con le amministrazioni e gli organi ausiliari (art. 92 – 100); la Magistratura e le norme sulla giurisdizione (art. 101 – 113); le Regioni, le Provincie ed i Comuni (art. 114 – 133); ed infine le Garanzie costituzionali, Corte costituzionale (art. 134 – 139).

Questo meccanismo di princìpi e regole poggia ed implica la separazione dei poteri dello Stato (Legislativo, Esecutivo e Giudiziario) che, nella sua inflessibile rigidità, racchiude l’essenza del concetto di Democrazia.

Spesso, ad esempio, si fa riferimento, citando lo in modo improprio, al primo articolo della nostra Costituzione: “La sovranità appartiene al popolo…” omettendo maldestramente la seconda parte: ” … che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Proprio questa omissione rende la prima parte dell’enunciato priva di senso compiuto. Il popolo non può essere sovrano senza le regole che ne stabiliscano i limiti dell’azione di Governo, dell’azione Legislativa e di quella Giudiziaria. In pratica i tre “poteri” dello Stato hanno ragione d’essere se rientrano in un equilibrio ben preciso. Nessuno può valicare quei limiti, indipendentemente dal gradimento di uno di essi. Le regole sono rigide, non si cambiano. Come nel calcio, nessuna squadra ha più potere delle altre in base al numero di tifosi o dei punti in classifica. Chi vince il campionato, nel successivo riparte comunque da zero! Così in politica, il consenso non può essere motivo di cambiamento delle regole fondamentali. Il bilanciamento dei tre poteri: Legislativo, Esecutivo e Giudiziario è alla base di uno stato Democratico. Le tre gambe su cui poggia la democrazia. Oltre ci sono le “spine” di un paese autoritario, in cui chi crede di governare per diritto plebiscitario finisce per portare la nazione al disastro.

Ettore Benforte

Lascia un commento

Progetta un sito come questo con WordPress.com
Comincia ora