Scusa Leonardo…

Il suicidio di un adolescente

Un altro ragazzino ha deciso di lasciare un mondo che non aveva ancora conosciuto. Un ragazzino che a 15 anni era già frustrato, oppresso, appesantito dalla propria esperienza nel mondo. Pur di non tornare a scuola il lunedì, Leonardo, si è ucciso. Ha pianificato di rubare la pistola del padre vigile urbano, recarsi in un casolare e farla finita, perché a scuola la situazione era diventata insostenibile. La scuola cambiata ed iniziata da poco, era già il suo inferno, non la finestra sul mondo che sognava. A scuola Leonardo si era rivolto al suo insegnante di sostegno, al quale aveva confidato di non voler più andarci. L’insegnante ha dichiarato che non c’era stato nelle parole di Leonardo, alcun accenno al bullismo, altrimenti ne avrebbe parlato al preside. Mi interrogo sulla dinamica ed i contenuti della conversazione. La scuola non è iniziata neanche da due mesi e Leonardo già voleva lasciarla, considerando che il ragazzo aveva effettuato il passaggio da un altro istituto a settembre.

Ci si è chiesto il perché di quel desiderio scavando a fondo sulle eventuali motivazioni? I genitori erano stati avvisati? Sicuramente Leonardo, pur di non passare per codardo o per paura di essere offeso ed umiliato ulteriormente, se fosse stato scoperto a confidarsi con i docenti, ha taciuto su molte cose. Allora andare oltre e chiedersi ancora, perché? Perché voler lasciare ancora un’altra scuola? Non si può lasciare la scuola prima dei 16 anni e Leonardo voleva saperlo. Avrebbe dovuto sopportare un altro anno di violenza e vessazioni. Pretendiamo tutti di conoscere la gravità del problema e sapere cosa sia il bullismo. Pensiamo che tutti noi durante il periodo della scuola, abbiamo vissuto episodi e situazioni affini, più o meno gravi. Forse. A volte, potrebbe trattarsi inizialmente dello stesso copione del passato. Dimentichiamo però, che come per tutte le cose, il tempo le acuisce o le diluisce. Il tempo porta con sé, cambiamenti dell’ambito sociale, i rapporti interpersonali, la famiglia, il rapporto con il proprio sé. Le differenze generazionali non sono evidenti soltanto per ché, le nuove generazioni sanno utilizzare strumenti tecnologici e si rapportano con essi in maniera naturale e spontanea. Dentro tale tecnologia, c’è un mondo non propriamente virtuale, anzi molto reale, con il quale si rapportano. Un mondo che si nutre di immagini, stereotipi e modelli tossici sotto diversi aspetti. Gli episodi di bullismo, vengono ripresi con la fotocamera del cellulare e fatti girare sulle chat.

La mortificazione della vittima si trasforma nella vittoria per chi agisce violenza. Avere molte fotocamere che riprendono gli episodi ed avere soprattutto un seguito di spettatori, rende tutto più appetibile, poiché quelle visualizzazioni ripagano della performance, conferendo notorietà. Spesso i bulli, vivono delle situazioni di disagio familiare, ma non è sempre così, se parliamo di disagio economico e sociale. Il non-agio può essere il risultato di molteplici concause. L’adolescenza è un’età caratterizzata dalla fase di passaggio in tutte le aree dell’identità: un conflitto interiore tra il crescere verso l’età adulta e la spinta a restare bambini. Nel 1999 la definizione che è stata data del bullismo è: “una serie di azioni offensive e aggressive messe in atto, da parte di una o più persone, in cui una dinamica tra pari, contro qualcuno, in modo intenzionale, ripetuto nel tempo che arrecano danno o disagio all’altro, con il desiderio di intimidire o prevaricare l’altro, in un dinamica relazionale di asimmetria di potere”. Negli episodi di bullismo sono presenti 3 protagonisti: il bullo/i, la vittima/me, gli spettatori. Questi ultimi aumentano nei casi di cyberbullismo, i quali sono pronti a commentare i fatti, trasformandosi in haters (odiatori) da tastiera senza scrupoli. La vittima che subisce bullismo si trova in un vortice buio ed angosciante, proprio perché la scuola è soltanto uno dei contesti in cui si manifestano azioni di bullismo, perché ogni luogo di interazione tra pari è un contesto ideale. L’ansia e la depressione appartengono alla fase di passaggio negli adolescenti: ciò che non è fisiologico, è la loro pervasività e invasività nella vita di un adolescente, da bloccarlo negli aspetti della sua identità, diventando un ostacolo alla sua crescita.

Probabilmente rispetto alla nostra adolescenza sono cambiate moltissime cose. Non possiamo considerare il suicidio dei nostri adolescenti, episodi co, cioè un caso ogni tanto. Minimizzando il fenomeno, dimostriamo esattamente la nostra impreparazione ed incompetenza. Non si può sminuire la morte per istigazione al suicidio di giovani ragazzi, poco più che bambini. Dimentichiamo che un adolescente, non possiede una personalità, un carattere formati, ovvero un’esperienza di vita tale da fornire mezzi propri per respingere e reagire in situazioni di violenza. E’ inerme ed indifeso. Si sente solo e spaesato perché inoltre si vergogna di chiedere aiuto. Domandiamoci chi sono i bulli. Questa cattiveria, questa rabbia covata, interiorizzata ed esternata spietatamente sui loro coetanei, da dove e da cosa è alimentata. Secondo Giuseppe Lavenia, presidente dell’Associazione Nazionale Di. Te. (Dipendenze Tecnologiche e Cyberbullismo), “La morte di questo giovane rappresenta un fallimento della nostra società, che non è stata in grado di intercettare e affrontare il suo dolore prima che fosse troppo tardi”. Il ministro Valditara ha dichiarato che “è fondamentale che la scuola sappia intercettare le fragilità dei giovani ma anche educare alla responsabilità individuale (…)”.

Quindi bisogna che la scuola si faccia carico del problema, attraverso la formazione degli insegnanti, così che siano in grado di riconoscere ed intervenire in tempo. Ma vista l’evoluzione della nostra società, gli insegnanti non possono svolgere da soli queste missioni. Accanto a loro è in dispensabile che ci sia la cooperazione con figure specializzate, di psicologi, sociologi, educatori altamente formati e preparati sulla questione. Serve un presidio fisso nelle scuole, uno spazio sicuro dove questi ragazzi possono essere ascoltati. Il fenomeno del bullismo non è un problema marginale: è una falla della società, nella cultura, nell’educazione. Il monito del Ministro Valditara, prosegue parlando di punizione e severità contro i bulli, da fungere come deterrente per gli altri. Non contempla un intervento sull’educazione per la prevenzione. Sarebbe infatti indispensabile che l’educazione socio-affettiva sia insegnata nelle scuole fin dall’infanzia. Con essa si intende “quella parte del processo educativo che si occupa di atteggiamenti, sentimenti, credenze ed emozioni degli studenti. Implica un’attenzione per lo sviluppo personale e sociale degli allievi, per la promozione della loro autostima”.

Ragione per cui i bulli stessi sarebbero le prime vittime di una mancanza, una carenza che, strumentalizzate si trasformerebbero nella violenza contro gli altri. “Con l’educazione affettiva si renderebbero capaci i bambini di identificarsi, verbalizzare, accogliere e controllare le proprie emozioni. Questo processo, complesso e articolato, richiederebbe tempo e spazi in cui la sospensione dal giudizio e l’ascolto attivo ed empatico sono la base”. La scuola deve evolversi, aggiornarsi nei metodi ed aggiornare gli insegnanti, che dopo la famiglia sono i primi attori coinvolti chiamati ad intervenire. La scuola è un osservatore privilegiato sul mondo dei nostri giovani, per questo è importante che in essa vi siano attività strutturate e sistematiche di promozione e benessere mentale ed emotivo. Il bullismo è un “corto circuito” educativo che deve essere affrontato attraverso la prevenzione, quindi la lenta azione dell’educazione fin da piccoli.

Esso è una questione mentale ed intenzionale per chi lo agisce ed è all’origine del problema. L’azione punitiva è inutile perché l’immediatezza della punizione agirebbe sul fatto compiuto, non sulla causa del problema. L’introduzione di metodi nuovi nelle scuole, precluderebbe una visione lungimirante sul futuro dei giovani e della società. Avere chiaro l’effetto di nuovi metodi educativi sarebbe indispensabile. Mi destabilizza e mi impaurisce proprio l’assenza totale della lungimiranza e visione d’insieme del la classe politica. Oggi più che mai, la scuola dovrebbe essere potenziata attraverso investimenti ed assunzioni essenziali per la prevenzione, ma accade esattamente il contrario. Temo il peggio.

Giuliana Cenci
Dott. Ssa in Scienze Storiche
Operatrice antiviolenza
Vicepresidente Associazione “Mariposa”

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