Riflessioni sul film dedicato al leader comunista di Andrea Segre con Elio Germano. “Portare al potere il popolo, gli operai, gli ultimi” era il progetto. Non tutti capirono. Ed oggi di capire il suo tempo la politica non si occupa più.
Sono andato a vedere “ La grande ambizione” il film dedicato alla figura politica ed umana di Enrico Berlinguer. Mi è sembrato di capire, ma adesso non so spiegarlo, quale fosse la grande ambizione di Berlinguer e in generale della politica di allora. Ambizione titanica, e proprio per questo miseramente fallita. Non era il compromesso storico, non era l’eurocomunismo, non era l’ alternativa. Era quella di portare il popolo, gli ultimi, i vinti, i subalterni nelle stanze del potere. Avendo paura però che quel potere non reagisse con violenza, come in realtà avvenne.
“Andremo avanti solo quando l’ultimo dei militanti avrà capito dove vogliamo andare”.
Era una frase che Berlinguer ripeteva spesso. Ed era la sua principale preoccupazione, che quelli che stavano alle sue spalle non capissero la direzione. E che egli e il Partito, il novello Principe, l’intellettuale collettivo, non fossero in grado di capire il popolo. E quando parliamo di popolo non ci limitiamo solo a parlare degli operai nelle fabbriche e dei contadini nelle campagne, ma anche del ceto medio e del ceto borghese e intellettuale, tant’è che egli lavorò alacremente alla costruzione del compromesso storico perché la base di rappresentanza di un nuovo governo della nazione fosse la più ampia possibile. Il popolo aveva compreso la sua ambizione tant’è che spesso rispose al suo richiamo.
Erano tempi in cui le piazze e le strade della politica erano sempre piene di gente e le urne elettorali piene di schede. Da allora il popolo italiano, e non solo, la gente come i commentatori amano definire il popolo, è profondamente cambiato. Arrivò il reflusso, la gente defluì dalle piazze e si mise in pantofole dinanzi alla televisione, morì Berlinguer, cadde il muro di Berlino, secondo qualcuno la storia finì con l’arrivo dei cavalieri dell’Apocalisse del capitalismo finanziario, da allora sono arrivati sullo scenario della competizione mondiale nuovi protagonisti, la tecnologia ci ha resi tutti più autonomi e chiusi, meno solidali ed aperti. Il cambiamento climatico e il Covid. La politica e le piazze non sono più frequentate da nessuno, neppure le urne. Si odono da lontano squilli di trombe e schegge di bombe, sono tornate le guerre come strumento di soluzione delle controversie internazionali. “
La gente non va a votare in Emilia Romagna, perché sente la politica lontana e incapace di pensare e risolvere i cambiamenti epocali che abbiamo davanti, non ultimo quello della prospettiva atomica”. Così ha detto ieri sera Cacciari, non a caso uno di quelli che una volta ruotavano intorno al PCI e che alla fine degli anni settanta andammo ad ascoltare al teatro comunale di Cori, quando ancora c’era la politica. Adesso c’è rimasto “il Corace” con il suo direttore che vorrebbe che fossimo in grado di spiegare nelle poche righe di un articolo cosa fosse questa grande ambizione e perché sia miseramente fallita. Ma per spiegare agli altri bisogna prima aver capito. E di capire il suo tempo la politica non si occupa più.
Tommaso Conti