L’astensionismo è la fine della democrazia. La politica non se ne occupa e i partiti sono diventati “élite”. La Storia insegna: quando i cittadini si distaccato dalla Res-pubblica si apre la strada all’autoritarismo
Ogni volta è così. Quando arriva l’esito del voto chi vince dimentica l’astensionismo e chi perde lo ricorda per camuffare la sconfitta. Vale a destra come a sinistra.
Nelle ultime elezioni Regionali (Liguria, Emilia Romagna e Umbria) l’astensionismo ha stravinto ovunque con percentuali superiori al 50%. Il che vuol dire che, riportandoci ad una media nazionale, più della metà degli aventi diritto al voto non si è fidata di nessuno; non ha riconosciuto nessuna forza politica degna del proprio voto. Altro che “il popolo ci ha scelto” come si strombazza quando si vince e come – soprattutto a destra – si ripete da più di due anni questa litania ogni qual volta un giornalista – ricordandosi di essere tale – rivolge domande scomode al ministro di turno. Ma come abbiamo detto, la favoletta del “popolo che ci ha scelto” funziona anche a sinistra, zona PD e dintorni, nel caso (ancora raro) di vittorie regionali e comunali. Ogni qual volta la questione viene posta la giustificazione è sempre la stessa: “è così ovunque”.

Questo dovrebbe essere un motivo in più affinché le forze democratiche se ne preoccupino. Eh si! Le forze democratiche: alla destra sovranista e populista l’astensionismo va bene, anzi va benissimo perché più lo spazio partecipativo dei cittadini si riduce, più il palazzo o i palazzi del potere vengono occupati da “élite” che confondono – o fingono di confondere – il governo del paese (o delle regioni o dei comuni) con il comando, liberi di praticare ogni mercimonio e di consolidare il solito sistema di potere costruito su compari e comparielli, clientele di lobby grandi o piccole che siano, di amici o parenti, legittimi o acquisiti, da accontentare. Dalle grandi città ai piccoli centri, al nord come al sud. Il tutto con leggere, e non sempre leggere, sfumature di nero: sui diritti sociali, su quelli civili e via scivolando verso precipizi illiberali.
Ecco perché la sinistra, ma anche i partiti sinceramente democratici di centro che hanno a cuore la Costituzione se ne dovrebbero far carico andando alla sostanza del problema. E il problema è che la democrazia sta perdendo la sua essenza di valore non negoziabile. Ciò, sia chiaro, in tutto l’occidente anche sotto l’onda e l’onta del trumpismo imperante. Proprio per questo, prima che venga del tutto accettata l’idea della democrazia come valore di scambio – ti do la mia libertà e i miei diritti in cambio di sicurezza e di tranquillità perché preferisco la mia pancia alla mia ragione, i tuoi comizietti alla complessità della società e della politica – bisogna rimboccarsi le maniche e recuperare persone e territori ripartendo dagli ultimi che esistono ancora e lentamente ricompattare i ceti sociali, anche quelli medi che stanno scivolando verso la povertà. Ridare un senso e una dignità a questo Paese, perché stiamo perdendo l’uno e l’altra.
Emilio Magliano