Nietzsche e il “senso dell’esistenza”

Attualità di un pensiero “tragico” che aveva previsto l’omologazione della civiltà occidentale

“Mille sentieri vi sono non ancora percorsi, mille salvezze e isole nascoste della vita. Inesaurito e non scoperto è ancora sempre l’uomo e la terra dell’uomo”.
(Così parlò Zarathustra, “Della virtù che dona”)

Vorrei condividere alcune riflessioni seguite alla preparazione di due incontri sul filosofo Friedrich Nietzsche, nell’ambito dei mensili appuntamenti con il Cantharellus. Che cosa possono tirar fuori quelle decine di astanti dalle spesso incomprensibili frasi tra una zuppa di fagioli e un buon bicchiere di vino?
Sicuramente che, intanto, vivere significa anche non comprendere tutto. Forse, smarrimento, vitalità, confusione, energia, perplessità, voglia di fare ordine o semplicemente nulla, solo il sapore del buon cibo (cosa che il filosofo avrebbe comunque approvato).
Sono tutte situazioni possibili quando si legge Nietzsche, filologo, poeta e “filosofo del martello”. La sua filosofia è come un incantesimo che ti fa tornare a leggere più volte lo stesso passo e più volte a scoprirci qualcosa che non ha detto. In realtà ha detto molto e possiamo domandarci se abbia ancora cose nuove da dirci.

Nietzsche è il filosofo che aveva previsto il fenomeno di omologazione che avrebbe caratterizzato la “civiltà occidentale”, ed è anche il filosofo della critica a una spiegazione unitaria e razionale della realtà. Nelle sue opere, infatti, propone una visione del mondo aperta a diversi e molteplici orizzonti di interpretazione, mettendo in guardia dall’assumere il proprio punto di vista come l’unico possibile, come prospettiva certa da cui giudicare la realtà. È il filosofo che vede in Dio la nostra più lunga menzogna e nella religione la via di fuga illusoria dalle difficoltà della vita, che è flusso irrazionale e caotico delle cose. È colui che ha creduto nella necessità di far convivere gli opposti, cantando l’amore per la classicità e in particolare per la tragedia antica. In questa, infatti, vedeva l’equilibrio tra atteggiamento apollineo, e cioè l’amore per la misura, per l’armonia delle forme, e atteggiamento dionisiaco, quindi l’amore per gli aspetti più istintuali, emotivi e creativi della vita.

È il pensatore che forse meglio di chiunque altro accoglie la visione dell›esistenza come lotta perenne che si muove però in un orizzonte di accettazione della vita, anche degli aspetti più tragici. È lo stesso Nietzsche che incoraggia l’uso della ragione in senso critico, come strumento in grado di svelare l’origine e la natura di ogni nozione, soprattutto di quelle considerate stabili e certe. Un invito a essere fautori e fautrici di nuovi valori attraverso la rottura con le mistificazioni del passato, a patto però che tale atteggiamento poggi su basi solide, su indagini dettagliate e precise, non arbitrarie, su ciò che si vuole denunciare. È lo scrittore che in modo suggestivo ci presenta il più abissale dei pensieri, l›eterno ritorno dell’uguale. Tale concetto si oppone alla concezione lineare del tempo, ereditata dalla tradizione cristiana, che induce a vivere nell’attesa che qualcosa accadrà in futuro, impedendo così di godere del pieno significato che ogni istante può avere. Ci sta forse dicendo di caricare di senso le nostre esistenze, di costruire nel presente il senso del divenire “dionisiaco” delle cose? Di amare la vita e di agire come se tutto dovesse ritornare, senza fuggire o mortificarci?

Nietzsche è il “folle uomo” profeta che annuncia la morte di Dio e la nascita dell’oltreuomo, un’umanità che accetta la dimensione tragica e dionisiaca dell’esistenza, in grado di dire “sì” alla vita, di essere il continuo superamento di se stessa, di reggere il vuoto dopo la morte di Dio, senza crearne un altro. Un modello di essere umano che faccia propria la prospettiva dell’eterno ritorno dell’uguale, che si emancipi dalla morale, che si ponga come creatore di nuovi valori.

Leggere e conoscere un’infinitesima parte del pensiero di Nietzsche ci può galvanizzare. Dopotutto canta la libertà umana, la vitalità del corpo, il coraggio di non irrigidirsi in posizioni date una volta per tutte, ma di seguire i propri slanci. Celebra i valori terreni e affida all’essere umano la responsabilità della propria esistenza.

Quanto ci sono cari questi temi oggi? Eppure, il massimo della concessione di vitalità spesso ce la diamo virtualmente, quasi sempre protetti da schermi, da nickname, da foto che edulcorano la realtà, che riducono al minimo i rischi di un crollo, che mettono da parte il corpo.
Quanto ci sperimentiamo in molteplici orizzonti? Come sentiamo il peso delle nostre responsabilità? Diamo senso e valore alla nostra e all’altrui presenza nel mondo? E soprattutto, come esercitiamo e miglioriamo le nostre capacità critiche secondo come le intende Nietzsche, in un’epoca in cui mancano sempre più spazi condivisi di confronto reale?

“DARE UN SENSO – questo compito resta assolutamente da assolvere, posto che nessun senso vi sia già”. (Frammenti postumi, 1887 – 1888)

Elisa Trifelli
Docente
Dott.ssa in Filosofia

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