Corriera Cisterna – Cori: amarcord di un recente passato che è sempre attuale
Di sera, sul pullman da Cisterna a Cori. Un gruppo di giovani universitari appena scesi dal treno da Roma, un frate della comunità di San Francesco ed io. Poche fermate e la corriera di Caliciotti si riempie di immigrati, tutti giovani lavoratori con gli acquisti appena fatti al supermercato ed una famigliola di ucraini poco più che trentenni con due bambini biondi. Stretti sul pullman l’uno all’altro, sento l’odore del cuoio dei giubbotti di pelle. Il giovane frate, anche lui straniero, guarda con simpatia quel pezzo di varia umanità. L’atmosfera mi piace, c’è qualcosa su quel pullman che mi ricorda un’Italia lontana, quando si andava al lavoro o a fare la spesa con i mezzi pubblici. Gli immigrati parlano tra loro, mi piacerebbe comprendere ciò che dicono. In quel pullman mi sento un poco straniero. Non lo ricordiamo, ma quelle stesse case, che oggi a Cori ospitano gli immigrati, hanno conosciuto in passato storie della nostra emigrazione. Donne, uomini e bambini abitavano quei vicoli e da lì sono partiti a centinaia per inseguire un sogno, per sfuggire alla miseria.
Nel solo 1912 più di duecento quelli che hanno lasciato Cori in cerca di fortuna, quasi tutti in America. I romeni eravamo noi, gli indiani eravamo noi. Come in uno specchio, guardando “loro” riflettiamo su di “noi” e più riusciamo a vedere gli immigrati come persone, con i loro sogni, le loro speranze, i loro difetti, più riusciremo a comprendere le nostre aspettative, le nostre speranze ed anche, perché no, i nostri difetti. Inevitabilmente la riflessione sulle problematiche legate alla presenza degli immigrati finisce per condurci ad una maggiore comprensione dell’identità della popolazione di Cori oggi, così com’è, in declino demografico. Il nostro paese è “vecchio”, nel 1985 c’erano appena 4 ultranovantenni, oggi sono 146. Si vive di più, certo, ma nascono meno bambini, negli ultimi venti anni l’indice di natalità è passato da 10,5 a 5,1, la metà. E si invecchia, nel 1985 la popolazione corese sopra i settanta anni era di 791 unità, oggi sono 1897, più del doppio. Nel complesso in quasi quarant’anni, la nostra popolazione, compresi i 1224 immigrati, è cresciuta di pochissimo: siamo passati da 10250 a 10392 abitanti, appena 142 persone in più. Un nulla. Il valore dell’indice di vecchiaia è 30 punti più alto della media nazionale.

Questi i numeri della nostra comunità e su questi dati si inseriscono gli immigrati che, in qualche modo, rendono meno “anziana” la nostra popolazione. Essi inoltre vanno ad occupare quelle nicchie del lavoro (agricolo, edile, servizi agli anziani ed alle famiglie etc.) che la denatalità ed una richiesta di maggiore stabilità e retribuzione da parte dei giovani coresi, lascia libere. C’è poco da discutere, sarebbe impensabile oggi a Cori fare a meno del lavoro degli immigrati che costituiscono una parte rilevante della manodopera locale. Nella fascia dai 16 ai 50 anni essi rappresentano quasi un quinto della forza lavoro disponibile. Con i loro contributi sul lavoro pagano le nostre pensioni di oggi, loro che le riceveranno, se le riceveranno, mediamente tra venti-trenta anni! Molti immigrati del resto già da tempo hanno aperto delle attività produttive, hanno contratto matrimonio con cittadini e cittadine italiane e si sono inseriti nel tessuto commerciale del paese, così come i loro figli nelle scuole.
A Cori, nella fascia dell’obbligo sono 171 (il 70% di essi nati in Italia) e senza di loro ci sarebbero ben sei classi in meno. Questo il quadro da cui partire per riflettere sulla struttura del nostro paese ed in questa nuova prospettiva non c’è più un “loro” (immigrati, stranieri, extracomunitari) né un “noi”, ma solo persone, cittadini assieme, con diritti e doveri, in un paese che sta cambiando, che è già cambiato, a dispetto di ogni propaganda d’intolleranza. Le statistiche ed i numeri presentati non offrono spazio al pregiudizio, alle chiacchiere di chi dice al termine del discorso: “non sono razzista però…” Il fenomeno migratorio va gestito senza isterismo, nella consapevolezza che il nostro paese ha bisogno di immigrati, ne hanno bisogno le industrie, le campagne del centro-sud e i piccoli paesi che vedono la loro popolazione scomparire. Occorre dare agli italiani l’apporto concreto di energie nuove, la vorando fianco a fianco con gli immigrati, perché quanto più li indurremo a sentirsi ed essere cittadini italiani, tanto più ci sarà sicurezza e benessere per tutti. Il dilemma è semplice: chiudersi dietro un muro di egoismo e diffidenza o meglio un viaggio in compagnia? Magari sul pullman da Cisterna a Cori, in una fredda serata invernale, ascoltando discorsi di persone la cui lingua non capiamo, ma di cui comprendiamo e condividiamo i sogni e le speranze!
Ettore Benforte