A più di trent’anni dalla fine della Democrazia Cristiana, di nuovo si torna a parlare (come avviene ciclicamente, a dire il vero) di un ritorno dei cattolici in politica, anche se le forme di questa presenza sfumano e appaiono vaghe e non sempre chiare. Non si comprende anche se è un reale bisogno della società, oppure soltanto una sorta di nostalgia che prende chi ha fatto parte della “balena bianca” o di chi vorrebbe comunque far riferimento ad un’area geografica, il cosiddetto “centro”, ormai – in epoca di bipolarismo – per niente così centrale nella dialettica politica e da numeri abbastanza risicati: un’area fatta più di ceto politico che di elettori, a dirla tutta.
In questi giorni il dibattito sul tema è alimentato soprattutto nell’area di centro-sinistra, ad opera di esponenti di spicco come l’ex Presidente del Consiglio Romano Prodi, ed anche altri nomi pesanti del Partito Democratico, come l’ex ministro Graziano Delrio e l’ex segretario dei popolari Pierluigi Castagnetti, nonché anche della cosiddetta società civile come l’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini, alla presenza di amministratori locali (come la neo-governatrice umbra Stefania Proietti), professori ed anche di varie associazioni.
Si è così data vita all’iniziativa “Comunità Democratica”, che – per dirla con Delrio – “deve far capire che la cultura politica dei cattolici democratici può dare molto al Paese, come in altri tornanti storici. Chiediamo una maggior accoglienza e spazio, nel Pd o anche fuori dal Pd». La cultura cattolica democratica, afferma Delrio, «è una cultura politica laica, che ha gli strumenti in grado di fare proposte forti e creative per affrontare i problemi del Paese. A cominciare dalla crisi demografica».
«Non è il progetto di un nuovo partito, né una corrente – dicono gli ideatori – ma una sorgente di pensiero, con due obiettivi: ridare voce pubblica al cattolicesimo democratico, ma anche ridare capacità di proposta al centrosinistra sui grandi problemi che affliggono il paese, come la crisi demografica, la sanità pubblica, o anche la rigenerazione delle città e delle periferie».
Il problema è riproporre la partecipazione dei cattolici in politica, puntando soprattutto sui tanti giovani che si muovono nell’area cattolica dell’associazionismo, del volontariato e delle stesse parrocchie, ma che poi non vengono formati per una partecipazione diretta alla politica: e questa è una carenza che si avverte, per la capacità di riflessione, per lo spessore del pensiero, insomma per una militanza consapevole nella società civile e nelle istituzioni. Il problema dei cattolici nella vita politica (cui manifesta grande interesse anche la Chiesa, con in prima fila il Card. Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna) si lega comunque, pur in una visione bipolare della politica sulla base dell’attuale sistema elettorale, al problema del “centro” politico, non super partes, ma quale particolare connotazione che si imprime nei due schieramenti di centrodestra e di centrosinistra: e se nel centrodestra se ne fanno carico Forza Italia e il raggruppamento di Noi Moderati, nel centrosinistra le cose sono più complicate, perché riguarda innanzitutto il Partito Democratico e la sua dialettica interna, ma anche i partiti minori che si muovono al centro, come Italia Viva di Matteo Renzi e Azione di Carlo Calenda: in questo quadro è da citare il protagonismo di questi giorni di una figura di primo piano, ex Premier ed ex Commissario UE all’Economia, come Paolo Gentiloni, e anche del sindaco di Milano (che però guarda più ad un centro liberaldemocratico).
Insomma un qualche fermento c’è (anche se si ha l’impressione che si navighi ancora a vista), e che dire: se sono rose, fioriranno.
Antonio Belliazzi