Le sentenze sui femminicidi spesso mostrano una discrepanza tra la gravità del crimine e le pene inflitte poiché attenuanti come la provocazione della vittima, lo stato emotivo dell’imputato o il suo pentimento riducono la responsabilità dell’aggressore trasformando un agito di violenza deliberato in un gesto dettato dall’impulso.

I media molte volte, contribuiscono a questa distorsione con titoli che giustificano o romanticizzano il crimine parlando di raptus di gelosia o di un uomo che non accettava la fine della relazione, spostando così l’attenzione dal colpevole alla vittima e contribuendo alla normalizzazione della violenza di genere. Le conseguenze di questa narrazione e di sentenze blande sono gravi perché minano la fiducia nella giustizia, riducono il deterrente contro la violenza e rafforzano una cultura che minimizza la responsabilità dell’aggressore.
Per cambiare questa tendenza è necessario un intervento su più livelli, a partire dalla formazione di giudici e magistrati affinché comprendano il peso della violenza di genere e riconoscano l’importanza di pene adeguate. Anche i media devono assumersi la responsabilità di un’informazione corretta evitando narrazioni distorte o giustificazioni implicite mentre a livello normativo servono riforme che limitino l’uso di attenuanti ingiustificate, ma il cambiamento più profondo deve avvenire attraverso l’educazione e la prevenzione, con programmi mirati a smontare gli stereotipi di genere e a promuovere una cultura del rispetto. Solo attraverso un’azione coordinata tra giustizia, informazione e società sarà possibile contrastare efficacemente la violenza sulle donne e garantire che i femminicidi vengano riconosciuti e condannati senza ambiguità.
Virginia Ciaravolo
Psicoterapeuta-Criminologa
Pres. Associazione “Mai più violenza infinita”
Consulente/Docente Polizia di Stato
Opinionista Rai e Mediaset