Se l’intelligenza artificiale pensa per noi, noi per chi pensiamo?
Serve ancora la filosofia? Nell’era tecnologica e del pragmatismo, nella crisi delle idee lunghe, che ruolo svolge il pensiero che pensa? Le domande che mi sono state poste dal direttore del giornale, per l’articolo di questo mese, sono molto sfidanti e senza risposte certe, come d’altronde quasi tutte le questioni poste in modo filosofico.
Già questo dovrebbe far capire che l’atteggiamento filosofico serve a chi è disposto ad accoglierlo e/o a costruirlo. Non sto parlando di chi tiene in casa il calendario filosofico da cui ogni giorno stacca la brevissima frase d’effetto, totalmente decontestualizzata, pronunciata da qualche filosofo, sciamano, pensatore. Questo, nell’immediato, può essere utile a focalizzare la nostra attenzione su qualcosa e magari anche a darci un suggerimento su come affrontare la giornata, ma come la filosofia può incidere sulla nostra vita in maniera più profonda e perché no, fondante?

Quando incontrai per la prima volta il mio professore di filosofia ricordo che fu un’esperienza illuminante. Inizialmente sentii che quelle parole mi avrebbero cambiato per sempre e poi decisi razionalmente che da quel giorno mi sarei dedicata a coltivare i miei pensieri, a farmi delle idee che mi avrebbero indicato vie per migliorare e chiaramente a metterle in pratica.
Non so se questo sia successo, non so neanche se mi sia davvero servito, quello che posso dire è che decisi di diventare una docente di filosofia. Filosofia significa amore per la sapienza, ricerca di sapienza guidata dall’eros, da un desiderio mai appagato di conoscenza che anticamente, nei primi filosofi greci, si tradusse nell’ambiziosa ricerca della verità, nei tentativi di interrogarsi e di rispondere alle più disparate domande che l’umanità si pone da quando esiste. Perché mi trovo qui? Che cos’è la coscienza? Cosa c’è dopo la morte? Può esistere una società giusta? In che modo ci si deve comportare? Che cos’è la libertà? Dio esiste? Quali le leggi dell’Universo?
Con la sola forza del pensiero, senza strumenti tecnologici, si riuscì a ipotizzare l’infinità dell’universo, l’esistenza di altri pianeti simili alla Terra, la sua forma, l’esistenza dell’atomo. Stiamo parlando di idee pensate a partire dal VII secolo a.C.
Mettendo da parte tutte le questioni a cui l’avanzamento della tecnologia ha dato risposta, che tuttavia, non per questo, devono essere lasciate in pace, spesso, a domande di questo tipo si replica con il cinismo (nessuno può dirlo, nessuno lo sa); con il pragmatismo, che ha dominato per mezzo secolo (la domanda non ha senso, non è falsificabile, non è empirica); con il sarcasmo (ricerca della verità? faccio già fatica a ricercare le chiavi di casa nella borsa!) e chi studia filosofia quasi tende a giustificarsi e a rassicurare sul fatto che abbia un impiego, che abbia fatto lavori manuali, insomma, che se anche si pone queste domande rimane una persona affidabile, con cui si può bere uno spritz (Campari spritz, mi raccomando) il venerdì sera.
La ricerca filosofica dunque è riuscita a scavare e ha tentato di raggiungere ciò che non è manifesto, di intessere trame profonde tra i saperi poiché interroga, critica, concilia, trasversalmente. Può ancora farlo in un’epoca in cui tutto deve essere rapidamente consumabile, possibilmente misurabile e tecnico, monetizzabile?
È dura, ma dobbiamo ricordare che le più importanti acquisizioni collettive e personali vengono dalle grandi idee, spesso dai pensieri impossibili, dalla ricerca, dall’esercizio delle proprie capacità, dal coraggio di toccare ciò che potrebbe farci scottare, i più abissali dei pensieri, ciò che ci fa sperimentare la nostra insufficienza rispetto alla verità.
Kant esortava, con l’espressione Sapere aude, riconducibile al poeta Orazio, ad avere il coraggio di servirci della nostra propria intelligenza, di non conformarci. Lo studio della filosofia ci insegna anche questo.
A proposito di intelligenza. Ho chiesto a uno studente che usa l’intelligenza artificiale per fare ricerche assegnate a scuola, a cosa serve secondo lui la filosofia e mi ha risposto che ha il compito di farci usare bene l’IA (risposta paravento) e poi ha aggiunto che ci aiuta a riflettere su come la usiamo e sui limiti che dovremmo porci, parlando per esempio dell’uso che se ne può fare in guerra o nell’assistenza agli anziani.
Questioni aperte e opache che non sappiamo come si evolveranno ma che devono indurci a porre domande, a preoccuparci di capire se tutto questo, e il capitalismo che lo sostiene, favorisca o meno una società giusta.
La ricerca della verità è da sempre collegata alla ricerca etica, ad un impegno morale e politico e a mio avviso la filosofia non ha cambiato il suo ruolo nel tempo.
Le grandi trasformazioni nel corso della storia dell’umanità ci hanno sempre messo davanti alla possibilità di riflettere, di cercare una o più soluzioni, di impegnarci a costruire una realtà tanto complessa quanto desiderabile, di darci delle indicazioni su ciò che è bene fare.
La riflessione filosofica che si potrebbe fare è questa: sia sul piano descrittivo che normativo, possiamo difendere qualcosa di vicino al concetto di umanesimo, individuando cosa è buono per gli esseri umani e non solo? Possiamo tenere ben chiare le istruzioni di quello che abbiamo creato?
Elisa Trifelli
Docente
Dott.ssa in Filosofia