Piccoli versi, frammenti di carte per narrare nostalgie, in parte. Ritornano i muti documenti come rondini da vaghi orizzonti. A me non resta, con lembi di colore, che provare a dipingere parole.
Mi disse, la prof.ssa Arria Tommasi, ultima dei Fasanella, che la famiglia proveniva dalla Calabria e giunse a Cori nel secolo XV. Per Santho Laurienti (Historia Corana, 83r), Antonio Colassi fin dal 1428 prese il nome Fasanella e si fece chiamare Colasso, forse da Ni-Cola. Per tradizione, i nomi nelle famiglie si ripetono per generazioni: incontreremo altri “Antonio”.
Cercherò di ricostruire il probabile cambiamento del nome tra pratiche di potere che richiamano perenni eventi burrascosi. Subito trovo conferma di come non poche famiglie intrecciarono vicende che sembrano annodarsi ad argomenti già trattati. Quattro Fasanella furono poeti dell’Arcadia. (Roma, Biblioteca Angelica, Archivio dell’Accademia dell’Arcadia) Uno di loro scelse lo pseudonimo arcadico di Melfio Volsco con il quale sembrerebbe presentare geografia e storia familiare. Infatti Melfio è fiume in Terra di Lavoro ma anche Melfi, città normanna preferita dall’imperatore Federico II di Svevia, Volsco dai Volsci, popolo preromano. Tra il 1404 e il 1414 Ladislao di Durazzo governò la Marittima, nominò capitani e podestà, portò personale dal Meridione. Anche il Colassi? (G. PESIRI, La Marittima nel XV sec. Il contesto ecclesiastico e politico… in La carriera di un uomo di curia nella Roma del Quattrocento) Un Antonio Fasanella calabrese fu esentato dalle tasse ad Aversa per privilegio, mentre a Cosenza, Perciavalle de Fasanellis ricevette ducati. Persone autorevoli dunque. (R. FILANGIERI, Registri della Cancelleria Angioina, anni 1431-1434, vol.XXXIV) Nel 1134 Lampo Fasanella di Guaiferio, nobile longobardo dei principi di Salerno, è il capostipite della famiglia. Nel 1190 nacque Daniele Fasanella; nel 1219 ad Agropoli conobbe s. Francesco proveniente dall’Oriente, ascoltò le sue parole ed entrò nell’Ordine.
Nel 1227 con sei confratelli francescani andò in Marocco per predicare il Cristianesimo ma i musulmani invitarono i sette a convertirsi all’Islam; al loro rifiuto li decapitarono a Ceuta il 10 ottobre 1227, giornata dedicata a tale martirio. Al tempo dell’imperatore Federico II, la famiglia ascese la gerarchia feudale. Pandolfo Fasanella sostenne il potere imperiale; nel concilio di Lione però dovette sottostare al Papato. I fratelli a loro volta congiurarono contro l’imperatore, furono scoperti e giustiziati nel 1246. Tomaso fu vicario del Re di Sicilia a Roma nel 1271. Pandolfo accolse re Carlo d’Angiò nel 1275, il re gli permise di mantenere il cognome tramite l’innesto con la famiglia Sanseverino. Fu giustiziere in Terra di Lavoro e Vicarius pro Rege Carolo a Roma fino alla morte nel 1283; è sepolto in Ara Coeli. I Fasanella si avvicinarono. Rilevo che ad Astura nel 1304 Alexander de Fasanelli giurò fedeltà a Pietro II Caetani. (Regesta Chartarum, vol. I).
Nel 1318 Nicola Fasanella fu vicario regio a Roma. Antonio Fasanella, forse l’ex Colassi del Laurienti, fu notaio a Cori e consegnò ai posteri, in un rogito, 15 pagine del suo Diario Corese, le memorie di paure, violenze e fame sofferte tra il 1495 e il 1504 a causa dei passaggi di truppe. (G. PESIRI, Roma, Campagna
Marittima e l’Italia nel “Diario Corese” del notaio Antonio Fasanella, «Il Lazio e Alessandro VI… Cori… Sermoneta»). Nel 1511 si deliberala costruzione del convento francescano e Colasso è tra i presenti. I Fasanella, spiritualmente vicini ai francescani, ebbero l’onore di usare lo spazio sotto l’altare maggiore per le loro tombe. Lo stemma con il fagiano (fasano) è scolpito su una colonna del chiostro di s. Francesco. S’imparentarono con le famiglie più nobili e ricche, costruirono il possente palazzo. Dal Notarile di Cori presento Maddalena Fasanelli (1676-1758) di Antonio e Cinthia Corradini, sorella di Torquato, padre dell’illustre cardinale Corradini. Da Antonio e Cinzia nacquero sette figli dei quali, nel 1726, era viva soltanto Maddalena, unica erede di un consistente patrimonio. Sposò P.P. Paolini, cassiere a Roma del Banco Pallavicini (Archivio del Vicariato, Roma); nel 1718 ebbe due figli che morirono bambini. Rimasta vedova senza parenti diretti, nel 1749 decise di donare il suo patrimonio per fondare a Cori un Monastero di Monache Francescane dedicato alla Madonna del Buon Consiglio.
Mellifluamente entrò in scena il priore agostiniano Giuliano Ceracchi che le suggerì di lasciare i beni all’effigie di quella Madonna appesa nella chiesa di S. Oliva. Egli controllerà gli averi della donna amministrandone i beni finché vivrà, farà celebrare la festa della Madonna del Buon Consiglio nella Chiesa di S. Oliva con messa cantata e due Pally nel giorno dell’Ascenzione [sic], curerà funerale e messe anche per la cognata Rosa che resterà nella sua casa piena di grascie: lino, biancheria, tre casse di legno grandi… cinque bettine, una caldara di mosto di otto conche di rame, un’altra di conche quattro… perché possa vivere onestamente per tutto il tempo che vivrà. Le proprietà comprendevano terre coltivate e vigne, ulivi, castagni, alberi da frutta, due case, cantine, stalla, cavallo, calesse, carrozza. Maddalena cadde nella trappola, eppure suor Lilia anni prima le aveva anticipato che sarebbe stata molestata! Ma don Philippo Tiraborelli suo parroco, laureato alla Sapienza in ambedue le Leggi, vigilava. Ogni mattina, dopo la messa, le ripeteva di definire meglio le intenzioni in quanto la donazione doveva essere spiritualmente a favore dell’effigie del Buon Consiglio, ma concretamente del monastero. Maddalena minacciata dall’agostiniano di bruciare eternamente all’Inferno, era impaurita ma, di nascosto, stipulò un nuovo testamento confermando la primiera intenzione.

Intanto gli arcadi Fasanella si dilettavano nei salotti romani prosciugando il patrimonio anno dopo anno. Il palazzo ancora racconta fasti e feste del passato. Chiesi ad Arria Tommasi se potevo vedere il libro di famiglia foderato di pelle turchina e la fornita biblioteca che Gregorio lasciava nel rogito all’adorata moglie Flavia Pasquali. Rispose tristemente che durante la guerra il palazzo fu “oltraggiato in ogni modo”, le carte ammucchiate in terra all’aperto divennero melma con escrementi.
Giancarla Sissa