Ludovico Ariosto e Niccolò Machiavelli

La Commedia italiana nel Rinascimento

Il Teatro del Rinascimento, a differenza del dramma cristiano medievale che esaltava la salute dell’anima, ha come argomento in tutte le sue forme, eccetto nella tragedia, l’amore, un amore in perenne combattimento con l’ostile grettezza degli anziani: l’eterno tema comico è proprio la lotta per l’amore tra i giovani e i vecchi. Il primo grande interprete della commedia rinascimentale è Ludovico Ariosto, vissuto tra la fine del Quattrocento e la metà del Cinquecento (1474-1533). Fin da giovane, a Ferrara, aveva assistito a molte sacre rappresentazioni, insieme a nuovi spettacoli drammatici, secondo il nuovo gusto accademico: commedie di Plauto e di Terenzio adattate dal Correggio, dal Guarini ed altri. Ad alcun di queste partecipò anche come attore. Proprio sul palcoscenico del palazzo ducale fu recitata la prima commedia dell’Ariosto, redatta in prosa: Cassaria, storia di una cassa di ori filati, al centro di intrighi tra servi maneggioni a favore di giovani padroni innamorati di belle schiave e in contrasto con l’avarizia dei genitori. Incoraggiato dal successo, Ludovico Ariosto presentò, l’anno seguente, una seconda commedia in prosa: I suppositi. Ritroviamo l’autore, dopo circa dieci anni, a Roma con il Papa Leone X. Qui fu riproposta la stesa commedia I Suppositi ed i cronisti annotarono che il Pontefice restò molto divertito delle sconcezze contenute, mentre alcuni francesi presenti si scandalizzarono delle sue risate. Per concludere sulla vicenda teatrale ariostesca, possiamo affermare che egli, spirito comico ed umoristico, restò soffocato da una tecnica che, eccellente per altri (Machiavelli, Molière), risultava inadatta al suo stile di vita.

Per dare libera voce al suo temperamento si affidò al gran poema comico che resta il capo lavoro del secolo: l’Orlando furioso, un poema cavalleresco pubblicato per la prima volta nel 1516 a Ferrara. La carenza di spazio ci costringe a sintetizzare al massimo la trama. La vicenda si sviluppa in tre nuclei: la guerra combattuta in Francia tra i cristiani guidati da Carlo Magno e i saraceni di Agripante; l’amore di Orlando per Angelica con la follia d’amore del paladino; l’amore di Ruggiero e Bradamante, dalla cui unione avrà origine la casa d’Este. L’intera opera è una metafora della vita: contro le passioni degli uomini che rendono l’animo inquieto, l’uomo deve accontentarsi di ciò che ha. Ariosto si identifica con Orlando, come il suo personaggio avverte di muoversi senza una precisa rotta, abbandona e riprende un argomento, fa della digressione narrativa una dimensione di fuga dalla realtà e, quindi, di “pazzia”.

Con Niccolò Machiavelli, l’arte trionfa integralmente attraverso il suo capolavoro: dopo essersi esercitato con la commedia Le maschere imitando Aristofane, prende un soggetto da novella boccaccesca a cui dà uno sviluppo scenico; nasce così, nel 1520, il suo capolavoro: La mandragola. Sembrerebbe una beffa, ma l’autore gli ha attribuito un significato che riassume il secolo e lo supera, affermando, di tutto ciò: “Rido, ma il riso mio non passa drento”.

Tutto l’intrigo della commedia è conosciutissimo: Callimaco è innamorato di Lucrezia, donna giovane, bella e timorata, ma sposata al vecchio dottore Nicia. Costui è disperato perché non può avere figli. Callimaco non può tributare direttamente il proprio amore a Lucrezia, in quanto per l’onestà di costei non otterrebbe nulla, ed allora, su consiglio del lestofante Ligurio, la fanciulla viene fatta persuadere dalla madre Sòstrata, dal suo confessore Timoteo e dallo stesso marito Nicia, dando ad intendere a costui che diventerà padre attraverso una pozione, una certa mandragola che Lucrezia dovrà bere. Però, il primo uomo che si intratterrà con lei assorbirà il succo e ne morirà. Occorrerà che, ingerita la pozione, almeno per una prima volta, Lucrezia accolga uno sconosciuto qualunque. All’insaputa di marito e moglie, questi sarà Callimaco, condotto nell’oscurità dalla fanciulla. Dopo l’intrigo, messer Nicia potrà continuare i suoi compiti di marito. Una volta provata la differenza tra il marito ed il giovane Callimaco, Lucrezia non si accontenterà più di quel suo incontro furtivo e se Nicia avrà un figlio, non sarà certo per merito di quella pozione “mandragola”.

Si è parlato, naturalmente, di una beffa, ma questa contiene ben altra atrocità: nella sua scena, tra le case poste, da duemila anni, a fronte nella solita piazza, figura una chiesa: la Chiesa! Lo storico Arturo Graf ne sintetizza bene il significato: “Dalla Chiesa un dì ne era uscito il Dramma sacro, mentre ora ne esce la Commedia dell’inganno e della turpitudine”.
La mandragola è un capolavoro isolato, dovuto, come per caso, all’affacciarsi quasi capriccioso sul teatro di un uomo di genio, quale è stato il Machiavelli, che solitamente si occupava d’altro. Basti solo citare Il principe, un classico senza tempo. Ma, lo scopo, qui, è di restare nell’ambito del teatro.

Tonino Cicinelli
Regista e direttore della compagnia teatrale
“Amici del teatro”

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