A 25 anni dalla morte una rilettura del politico e dello Statista.
Oltre tangentopoli
Sono trascorsi ormai venticinque anni dalla morte di Bettino Craxi. Venticinque anni, nel mondo contemporaneo, possono essere considerati un tempo in cui le passioni e i rancori della cronaca cominciano a sfumare e posarsi nelle ragioni della storia. È per questo che ho letto il libro di Aldo Cazzullo Craxi, l’ultimo politico, che analizza la vita, la persona l’ascesa e la caduta politica di Craxi.
La prima considerazione che ne traggo, banale, è che i politici di quel tempo sembrano giganti al cospetto degli attuali nani. Moro, Berlinguer, Andreotti e anche Craxi. Non so però se anche questo giudizio possa essere condizionato in parte dal quietarsi delle passioni, dello “spirto guerrier ch’entro mi rugge”, o meglio, che mi ruggiva. Sicuro è che giudicammo Craxi alla luce dei fatti della cronaca.
Craxi fu, come in genere quelli di quel tempo, un “totus politicus”, un politico assoluto e di grande spessore. La fase successiva al congresso del Midas, la linea della trattativa sul caso Moro, la “nave che va”, il referendum sulla scala mobile, i fatti di Sigonella, possono essere condivisi o meno, ma ci consegnano un politico dalle grandi intuizioni. Un machiavellico protagonista delle “arti della volpe e del leone”. Era dotato senz’altro di grande astuzia e di grande coraggio, ma nella sua fase finale, dopo la sconfitta sul referendum abrogativo della preferenza plurima, giugno 1991, dopo aver incitato inascoltato gli italiani ad andare al mare, si fece prendere la mano da un protervo coraggio. Oserei dire da un supponente orgoglio. Al fine di combattere lo strapotere economico della Dc, finanziato dagli Stati Uniti e dal sottogoverno democristiano, e del Pci, finanziato dall’Urss e da una grande macchina organizzativa di militanza, si era dotato di amicizie equivoche che ricambiavano i favori elargiti dal potere. Non lo faceva solo lui, lo facevano tutti. Lui ebbe il coraggio, che nel diventare eccessivo diventa protervia, di denunciarlo in Parlamento e persino in diretta televisiva nel processo.
Quel “così fan tutti” non piacque agli italiani. Il periodo non era favorevole, c’era una crisi economica incombente tra le peggiori della storia repubblicana, che spinse il governo Amato, quell’Amato che gli avrebbe girato le spalle, a mettere le mani nelle tasche degli italiani con una manovra finanziaria da 93.000 miliardi di lire, e un prelievo forzoso retroattivo del 6 per mille sui conti correnti bancari. Agli italiani non piace vedersi mettere le mani nelle tasche, si innervosiscono. Allora come adesso. Siamo un popolicchio che si scalda in periodo preelettorale se gli prometti aumenti di stipendio oppure la riduzione dell’Imu.
Dimenticarono che il debito pubblico era servito a pagare le disoccupazioni, le pensioni baby, le pensioni dei ciechi finti e dei falsi invalidi, la spesa pubblica, i privilegi e le comodità di certa burocrazia statale, eccetera eccetera. Tutto quanto. Cominciarono a prenderla con i politici.
Moro era morto in quella triste tragedia. Berlinguer si era consumato nel sacrificio di una lotta senza tempo. Andreotti si difese poi nei processi di mafia fino ad uscirne quasi immune. Era rimasto Craxi, trovatosi coinvolto in quella sorta di naufragio della Medusa che era diventata la politica italiana di allora e che inventò il concetto di “Seconda Repubblica”, pur senza esserci stato alcun mutamento istituzionale. Invece di sfilarsi, eresse il suo corpaccione in una titanica lotta contro la magistratura che lo aveva preso come obiettivo, cosa che, attraverso la televisione, lo fece diventare anche il capro espiatorio del rancore della gente. Quello che era un notevole talento politico fece quella immeritata fine. Sic transit gloria mundi.
Tommaso Conti