Viaggio intorno all’amore

Scrivere un articolo sull’amore. Proviamo a interrogare questo mistero di cui mio nipote dice “forse non si può descrivere perché è fatto di poeticità”. Proviamo a tratteggiarlo, a indagarne gli effetti e aiutiamoci, per farlo, con le parole e le emozioni che incontriamo solitamente nella filosofia, nella scrittura, nell’arte ma anche nel quotidiano.
La mente va subito a una terza B a cui ho provato a insegnare qualche anno fa. Vado a riprendere i pensieri che avevo chiesto di scrivere su foglietti volanti anonimi che ancora conservo, proprio su cosa fosse per loro l’amore. Adolescenti che ascoltano di tutto, da Vasco Rossi a Sfera Ebbasta, da Gazzè alla Dark Polo Gang, da Travis Scott a Drake, e tutto citano nei loro pensieri, che studiano Dante, che si lasciano attraversare lo sguardo da brevi frasi e retroilluminate immagini, che vivono le loro relazioni e che non vorrebbero pensarci troppo a meno che non siano chiamati a farlo.

Il disegno è di Louis, studente dell’ITIS Vallauri di Velletri.
Un bacio tra Amore e Psiche, congiunti e sempre in pericolo
(da qualche parte c’è un cuore spezzato).

Non ricordo se avessi già parlato loro di Socrate e Platone ma ognuno rispose alla domanda “Che cos’è per te l’amore?”, qualcosa di rintracciabile nelle storie che gli intellettuali ateniesi, invitati al banchetto in casa del poeta Agatone, raccontarono su Eros. Ho già avuto modo di citare questo meraviglioso dialogo di Platone, il Simposio, in un articolo su il Corace del marzo dello scorso anno, a cui rimando inquadrando il codice in alto. Credo sia una delle opere più belle mai scritte sui molteplici aspetti di Eros, descritto da Socrate come un demone concepito durante un banchetto in onore della nascita di Afrodite; figlio di Pòros, abbondanza, invitato alla festa e Penìa, povertà, non invitata ma che aspetta la fine del banchetto per raccogliere gli avanzi. Ecco, Eros si trova nel mezzo degli opposti ed è per natura, filosofo, amante, in cerca di ciò di cui manca, sempre in movimento tra razionalità e passione.

Nel Simposio infatti non ci sono solo discorsi razionali sull’amore. A un certo punto accade qualcosa di inaspettato: bussano alla porta ed entra Alcibiade, ubriaco e accompagnato da una flautista, “animato da una divina mania” dice Platone, da una follia amorosa che prende l’anima di chi ama e lo porta fuori di sé. È la stessa cosa che Bruce Springsteen ci dice in Born to run, “I’ll love you with all my madness in my soul”, ti amerò con tutta la follia della mia anima. Quando Alcibiade entra in scena rompe l’ordine del discorso razionale e dichiara il suo amore a Socrate. Questo ci dice molto dell’amore che diventa fare qualcosa con le parole, un atto, una dichiarazione. Nell’amore, il discorso non è usato come si usa con tutti, ma è donato a un singolo, a un unico. Le dichiarazioni d’amore sono belle poiché l’altro percepisce che, in quel momento, quelle parole sono solo per lui, per lei. Di fronte all’amore, la risposta al “che cosa vuoi” forse è “nulla”, “nessuna cosa”. Lo avevano intuito due grandi innamorati, Abelardo ed Eloisa quando in una lettera di lei leggiamo “dammi parole al posto di cose”. Lo leggiamo in Lirica antica di Alda Merini, “Caro, dammi parole di fiducia per te, l‘unico uomo che amassi in lunghi anni di stupido terrore” e ancora, “le mie mani sono un linguaggio per l’amore vivo”.

Non potrò fare riferimento esplicito a tutte le frasi che quella terza B scrisse, ma voglio condividere ancora qualche libera riflessione scaturita proprio da lì. L’amore, anche quando finisce, non passa. È come se dicessimo all’altro che è il per sempre di un momento preciso, un’eternità irrevocabile.

Quale ridicolo pensiero umano, l’amore non è infinito eppure ha bisogno di qualcuno che si esponga all’eccesso, che pronunci parole sproporzionate, che si metta in pericolo in tutta la sua vulnerabilità, dicendo un “per sempre”, “ci sarò”.

L’esperienza dell’amore è dunque estrema, avviene necessariamente al di là della propria soggettività, in una ex-sistentia, letteralmente il portarsi fuori da sé, in cui facciamo esperienza dell’impossibile, disarmati nei confronti dell’altro. Il filosofo Lacan, in un commento all’opera di Platone, dice che l’amore è appunto donare ciò che non si ha.

Uno dei passaggi del Simposio che mi aiuta a riprendere il filo dei pensieri della terza B è il racconto di Aristofane sul mito dell’Uno. Il commediografo dice che gli esseri umani, in origine, erano una sfera con due volti, due metà unite e che, quando furono divisi dagli dèi, cominciarono incessantemente a ricercare la parte mancante. Il mito non ci sta dicendo semplicemente che l’amore è l’incontro tra due metà che vanno a costituire un soggetto più grande ma che è la nascita di un mondo condiviso. Dichiarare l’amore all’altro e sentirsi riconosciuti significa assistere alla nascita di un universo, ecco cosa condividono i due o più, pur non essendo la stessa cosa.
Tra i biglietti infine ce n’è uno su cui leggiamo “Non so cosa dire sull’amore”. Potremmo rispondere a Tommaso, l’unico a firmarsi, parafrasando il grande scrittore e regista Ferzan Özpetek che “Amore è che l’amore ex-siste”.

Elisa Trifelli
Docente
Dott.ssa in Filosofia

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