Vinne Corace argivo in questo monte
poiché fuggì da la thebana guerra
con Tiburto, Catillo e con Termonte.E veduto el contorno che lo serra
e com’è vago e verdeggiante ogn’ora
fermossi quivi e vi piantò la Terra.E la cinse di mura e dentro e fuora
E perch’esso si chiamò Corace
scortò lo nome e nominolla Cora.…Antio cresceva a lo marino vento
Ne òla verde pianura Ardea fioria
e posto era sul monte Laurento.Laurento ch’ebbe scettro e signoria
unde perché ne vinne da quil loco
pigliò lo nome la progenie mia.Virginio Laurienti
Per verità di cronaca riporto: lo studioso C. Filosa afferma che l’autore di questi versi non sarebbe Virginio ma lo stesso padre Santhe Laurienti e io non condivido questo giudizio! Quando mai un francescano non è sincero ed è ambizioso? Morì di peste curando gli appestati! Comincio a tessere l’argomento “famiglie” sostenuta dai documenti. Nell’«Historia Corana» il nostro dipana la costruzione dell’identità corese, si concede uno spazio per ricordare la sua famiglia (Historia Corana, cc89v-92v) che non era certo l’ultima. Apprendo dall’Istituto Araldico che i Laurienti, ma anche Laurenti, erano nobili e cavalieri. Eppure il nostro umile storico non ne fa cenno; riporta invece l’amarezza che provava quando gli Agostiniani gli impedivano di consultare l’archivio. Non fu molto rispettato pur avendo scritto opere letterarie, in gran parte disperse.
Si sono ritrovate: Il Corace a Roma e pubblicato da Filosa, La Ritrovata Oliva nella Tuscia e pubblicata da Francesco Moroni, l’Historia Corana ancora è inedita. Quindi ciò che è stato pubblicato si è salvato fuori Cori. Ogni mese però Il Corace accoglie e pubblica l’argomento «Famiglie di Cori», lo ringrazio di cuore!
Frate Santhe narra dell’antenato Virginio (n. 1274), autore del poema epico Il Ferramondo, scritto nei primi anni del Trecento. Egli lo cercò e lo ritrovò stampato nel 1471 dal tedesco Eucharium Silber, alias Frank, Purtroppo: […] era strappato e mancava gran parte. Con padre Roberto Gallo (francese) di Ventimiglia, perquisimmo a Roma tutto quello che potemmo. Virginio fu contemporaneo di Dante, i suoi versi non furono mediocri, i Carmina ridotti in sette libri erano recitati con soddisfazione; era decorato di costumi, dedito alla musica, scrisse molte opere: Tiberia, Boleta, Circia e Ferramondus.
Virginio morì di peste nel 1348 a 74 anni. Fu Tabellionis officium, i suoi protocolli sono nell’Archivio di Cori, non possiamo che provare meraviglia nel vederli». (H.C., 53r). I protocolli potevano essere sfogliati… invece del Ferramondo non vi è traccia, eppure credo che ne sia autore e presento un corollario di considerazioni a sostegno. Intanto ipotizzo che Virginio abbia scritto il poema nel periodo in cui la Marittima era retta da Roberto d’Angiò, re letterato di origine francese che a Napoli ospitava Boccaccio e Petrarca. Voleva Virginio onorare la casa reale francese? Forse sì perché Ferramondo (370 d.C.-427 circa) fu il primo re dei Franchi da lui guidati dalla Pannonia alla Gallia. I Franchi sostenevano di discendere dai Troiani (GREGORIO DI TOURS [538-594], Historia Francorum)! Mi chiedo: Virginio lesse quest’opera molto conosciuta all’epoca? Sembrerebbe di sì, vista la poesia: «Vinne Corace argivo a questo monte…» che ricordava la fondazione di Cora da parte di Corace eroe argivo. Con Ferramondo, Virginio sembrerebbe sancire un “gemellaggio spirituale” tra i Franchi e Cori fondata da Dardano troiano. Cora ebbe due fondatori.

Basterebbe solo questa coincidenza per renderci conto dello spessore culturale di Virginio. Padre Santhe (H.C., cc89v-91v), scrive: «Virginio nel 1307 generò figli e figlie LaurIentes, chiamati anche Nicolai da Nicolao Lauriente senior, vissuto nel 1312». Afferma altresì che il tribuno romano Cola di Rienzo, notaio, era figlio di Lorenzo, “taverniere” originario di Cori. Un umile taverniere fu in grado di pagare studi notarili?
Cola di Rienzo è un personaggio tra i più interessanti del Trecento – esiste una letteratura su Cola di Rienzo, impossibile riportarla. Fece l’errore di contrastare il potere della Chiesa romana che, «cristianamente», lo giustiziò procurando la damnatio memoriae della famiglia. Quella I sembrerebbe quindi confermare che i Laurienti e i di Rientij potrebbero condividere lo stesso ceppo familiare. Santhe riporta che il figlio di Cola di Rienzo di nome Angelus Nicolai Rentij de Core, notaio, venne qui nel 1360: «Nicola da Gioanna procreò Johannes Nicolai, i discendenti si chiamarono Nicolai. Il terzo Nicolaus Johanniis, medico, assunse il cognome Laurienti, sposò Maria de’ Guastaferri nel 1375 (H.C., 90r). I Guastaferri sono presenti a Sermoneta, (P. PANTANELLI, Notizie istoriche sacre e profane appartenenti a Sormoneta, P. 612). Decido di sfogliare i documenti di Sermoneta e trovo conferme: nel 1450, Nicolaus Iohannis de Core, sec. XV, e Rentii Nicolaus magistri Iohanni, notai e medici: (P. PANTANELLI, pp. 251, 308, 321, 422). Intanto a Cori Angelo di Rienzo ebbe un figlio di nome Prospero, notaio anche lui, che originò la dinastia dei Prosperi. Mi chiedo: perché rinunciò al cognome familiare?
Quando non trovo documenti, la curiosità fa tintinnare i campanellini interrogativi. Forse la memoria del tribuno Cola di Rienzo era vissuta come peso? Cambiare nome fu scelta obbligata per essere accettato dalle famiglie importanti di qui legate da sempre a Roma e alla Chiesa? Nel Notarile di Cori (sec. XVIII) ho trovato un Nicola Laurienti e sembrerebbe, invece, che i Laurienti umili abbiano continuato a tramandare il nome Nicola. Quando fu eletto Leone XIII, si rispolverò l’Historia Corana poiché la madre del Papa era una Prosperi-Butij, quindi il pontefice discendeva per via materna da Cola di Rienzo. Fu Papa pieno di numerose doti nuove: spontaneità, arguzia, linguaggio diretto senza peli sulla lingua. Aprì il XX secolo brillando innovazione sui diritti dei lavoratori, mai accaduto prima! Non dimenticò la sua origine corese, anzi, propose a Cori di costruire un Seminario all’Insito. I Giupponi lo vendevano ad un prezzo, le trattative non portarono a nulla: il prezzo non fu abbassato! Il Papa propose l’idea ad Anagni e lì invece si costruì il Seminario Leoniano. La professoressa Arria Tommasi mi raccontò che una delegazione di coresi chiese udienza al Papa. I cittadini esposero a Sua Santità l’urgente bisogno di aprire un manicomio perché i disagiati erano numerosi. Probabilmente il troppo vino bevuto per generazioni e la durezza della vita avevano procurato questo problema. Il Papa ascoltò attentamente poi chiese: – Ma, a Cori, avete tre porte, vero? E allora, basta chiuderle e avete il manicomio già pronto! – La delegazione tornò a mani vuote, borbottando; in fin dei conti Cori non aveva accolto il Seminario e non ebbe manco il manicomio!
Giancarla Sissa