Pietro Aretino e Angelo Beolco “Ruzzante”

A conclusione del Teatro Rinascimentale

Prima di addentrarci nel campo della Commedia dell’Arte, è opportuno tracciare qualche appunto su altri due esponenti del teatro rinascimentale: Pietro Aretino e Angelo Beolco detto il “Ruzzante”.

Pietro Aretino, poeta, scrittore e drammaturgo italiano, è conosciuto, soprattutto, per alcuni suoi scritti considerati licenziosi. È chiamato “il Divino Pietro Aretino”. Una curiosa ed ironica epigrafe scritta da Paolo Giovio, storico, medico e biografo del periodo, riferita all’Aretino, così recita: «Qui giace l’Aretin, poeta Tosco, / che d’ognun disse mal, fuorché di Cristo, / scusandosi col dir: “Non lo conosco”!».

Della sua giovinezza si hanno pochissime notizie se non che è il frutto di una relazione tra un povero calzolaio e una bellissima cortigiana, Margherita dei Bonci, raffigurata e scolpita da molti artisti. È famoso per la composizione dei suoi “Sonetti lussuriosi”. Nello stesso periodo compone anche la commedia “La cortigiana”, parodia de “Il cortigiano” di Baldassare Castiglione. Per il suo atteggiamento satirico e per i motteggi, viene chiamato il “flagello dei principi”, così come lo menziona anche Ludovico Ariosto nel suo Orlando Furioso: «… ecco il flagello dei principi, il divin Pietro Aretino». Non possiamo trovare nella produzione dell’Aretino il vero capolavoro, ma attraverso i suoi scritti si diffonde l’amara pittura dei costumi. Nell’opera Il marescalco si trovano tutti i tipi del mondo comico: la ruffiana, la finta sdegnosa, il geloso, l’innamorato, il soldataccio, il parassita, ed è su questi personaggi che l’Aretino rovescia la sua bramosia di una vita colta in tutti gli aspetti, anche più bassi, con una grande voluttà di denunciare il tutto, godendo nello strappare le maschere ai vergognosi, agli ipocriti: nobili e plebei, preti e laici, dotti ed ignoranti. Ne La cortigiana, ad esempio, troviamo un gioco di comicità torbida, con le figure, vivissime, di un servo lestofante, il Rosso, e di una mezzana, Alvigia, vecchia femmina di piacere. Alcuni sostengono che, dopo la commedia del Machiavelli, quelle dell’Aretino sono anche le migliori commedie del secolo ma, se non altro, è accertato che sono in effetti documenti di importanza primaria di una vita abietta e terribile; in effetti prima di tutto documenti, poi, solo in parte, si tratta di arte.

Nell’ambito della farsa e della commedia popolare, va riservata una particolare attenzione ad Angelo Beolco detto il Ruzzante. Figlio di un nobile, Giovanni Francesco, è considerato attore e autore soltanto “per gioco e a tempo perso”. Ha una lunga e proficua collaborazione con l’amico Alvise Cornaro, letterato e ricco proprietario terriero. Per suo passatempo crea un tipo di maschera che presenta in farse e commedie, riscuotendo un grande successo sia come attore che come autore. Questo giovane “mattacchione”, contro l’idolatria umanistica del tempo, trova la vena di una comicità genuina, attingendola all’eterna sorgente dello spirito rozzo e campagnolo. Il nomignolo, infatti, di Ruzzante, da lui assunto per il tipo di contadino sensuale, goloso, goffo, balordo beffato, al centro di tutte queste commedie, deriva dal “ruzzare”, scherzare. Nella sua figura c’è il sentore di uno degli “zanni” della Commedia dell’Arte. Nella Anconitana, la presenza della maschera gaglioffa e paesana sembra portare un soffio di aria autentica in un mondo di cartapesta. Così pure nelle altre sue commedie, Moschetta, Fiorina, Reduce, Menego, troviamo grande materiale comico, rustico e grottesco. Come tutti gli autori del Cinquecento, sia più eruditi che popolareschi, anche il Ruzzante presenta un piglio eloquente, fecondo, oratorio, con il gusto della parola assaporata con voluttà. Ed è proprio in tali momenti che si sente più l’attore che il letterato, un sentore che determinerà l’avvio di un teatro fatto non più dagli autori, ma dagli attori: la “commedia improvvisa”.

Concludendo sul teatro italiano del Rinascimento, si può dedurre che questa nuova arte popolaresca non prescinde assolutamente da quella antica. I tipi e gli schemi della commedia classica si ritrovano ancora, fin nelle rappresentazioni popolaresche, farse e commedie dialettali, a riprova che l’imitazione della Commedia antica, deplorata da alcuni letterati italiani, diviene, in qualche modo, fatale. L’umanità è sempre quella e come si ripete la storia così si ripete la materia dell’arte.

Tonino Cicinelli
Regista e direttore della compagnia teatrale
“Amici del teatro”

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