La sigaretta, come la poesia, non produce ma consola.
Dà ritmo al tempo e dà forma al silenzio
Ho provato a smettere di fumare ed ho fallito. Non per mancanza di forza, ma forse per eccesso di memoria. C’è stato un tempo in cui la sigaretta era molto più di un vizio. Era un gesto. Un’estetica. Una dichiarazione d’esistenza. Prima che le immagini del polmone nero e i warning sanitari ne uccidessero il fascino, il fumo che usciva dalle labbra non era soltanto tabacco che bruciava: era tempo che si faceva visibile, pensiero che si dissolveva nell’aria.

A Parigi Sartre scriveva e fumava come se le due cose fossero la stessa. Camus, nella luce obliqua d’Algeri, stringeva la sigaretta tra le dita con lo stesso distacco con cui guardava il mondo.
Nelle foto in bianco e nero, Susan Sontag trasformava il fumo in aura, in una specie di pensiero visivo. E poi il cinema: i film di Wong Kar-wai, dove ogni tiro sembra contenere una vita intera; Godard, che attraverso la sigaretta costruiva personaggi più densi delle loro battute. Ma la sigaretta è anche letteratura. In Il fumatore, Julio Cortázar mette in scena un artista che disegna profezie su scatole di sigarette. Lì dentro, tra la carta argentata e il filtro giallastro, si nasconde qualcosa: una visione che solo chi sa guardare può cogliere. Fumare diventa allora un atto mistico, un passaggio segreto tra il banale e il sacro. Perché la sigaretta – come la poesia – non serve a niente, e proprio per questo serve a tutto. È un gesto che non produce, non ottimizza, non guarisce. Ma consola. Ritma il tempo. Dà forma al silenzio.

In un’epoca in cui tutto deve avere uno scopo, fumare è l’ultima ribellione inutile. E quindi profondamente umana. Naturalmente sappiamo che uccide. Che è tossica. Che non ha senso. Ma è proprio in questo che risiede la sua strana bellezza: è una piccola morte scelta, un lusso tragico, una poesia del quotidiano che si consuma nel tempo di un respiro. Fumare oggi è quasi un atto clandestino, un’estetica da relitto. Ma resta qualcosa di magnetico in quel piccolo rito: l’attesa dell’accendino, il primo tiro, il modo in cui la cenere cade senza fretta. Forse è nostalgia. O forse è solo che qualcosa di noi – la parte che non vuole correre, che vuole solo esistere – si riconosce ancora nel lento, inutile, bellissimo atto del fumare. E allora, fumare per non fare a pezzi la realtà, fumare per fare a pezzi noi stessi, fumare per smania, fumare per compassione, fumare perché si è troppo stanchi per non farlo, fumare per sentirsi immortali e finiti allo stesso tempo, fumare per disegnare nell’aria, fumare per ritrovarsi in una nube purpurea e sognare, all’interno, un altro mondo, fumare perché, alla fine, questi gran cazzi.
Fabio Appetito