Il sogno di Ventotene

Il manifesto al centro delle recenti polemiche scaturite dall’affermazione della Premier di non riconoscersi nei suoi contenuti. Ma l’idea era di formare un’Europa federale con un parlamento e un governo comuni, dove tutti i cittadini potessero sentirsi parte di una stessa comunità

Ventotene ha avuto sempre uno strano destino. Da Augusto in poi gli imperatori la scelsero come dorata prigione per le donne scomode delle loro famiglie, a copertura di attività politiche e comportamenti che risultavano ostili al potere. Secoli dopo, nelle antiche cisterne dismesse per la raccolta delle acque, i Borboni rinchiudevano i detenuti comuni ed i politici, prima di relegarli nelle carceri di Santo Stefano alla fine del ’700. Stessa sorte di confino, secoli dopo, toccò anche ai tanti oppositori del regime fascista.

Non fu un caso che fosse proprio Ventotene una delle mete dei campi scuola per i miei alunni negli anni del mio insegnamento a Cori. Ventotene, una piccola isola di due chilometri quadrati al largo della costa laziale, mi ricordava in qualche modo la mia Salina. Forse per il sole accecante, il mare azzurro, il dedalo di case o l’intreccio dei suoi vicoli o forse ancora per il profumo di gelsomini di sera, ma fu subito amore. Si andava in periodi con pochi turisti, quando sull’isola erano solo i suoi abitanti a mostrarsi nel loro quotidiano lento trascorrere tra il ritmo della pesca e della cura degli orti, così che la nostra piccola “invasione scolastica” potesse essere benevolmente accettata dai paesani. E proprio nel piccolo cimitero dell’isola che noi avemmo modo di visitare sono le ceneri di Altiero Spinelli. Un uomo che pur nelle ristrettezze materiali del confino, su quella che è stata definita dagli stessi confinati “una ciabatta sul mare”, seppe immaginare un mondo di pace per il nostro continente assieme al filosofo Eugenio Colorni e all’economista Ernesto Rossi, tutti provenienti da esperienze politiche diverse. Tra più di duemila antifascisti, confinati in quegli anni sull’isola, lontani dagli affetti, senza molte informazioni su ciò che accadeva nel mondo tormentato dalla guerra e sottoposti alle vessazioni, questi tre uomini seppero immaginare un’epoca nuova.
Una nuova Europa, proprio quella in cui oggi usiamo l’euro, viaggiamo senza passaporto tra paesi o studiamo all’estero con il programma Erasmus. L’Europa che da ottanta anni non ha avuto più conflitti palesi al suo interno.

Altiero Spinelli, tra gli estensori del manifesto

Noi oggi stiamo vivendo il sogno di quei tre uomini confinati a Ventotene. L’Unione Europea, con tutti i suoi limiti, non è certo perfetta, ma rappresenta qualcosa di unico nel contesto mondiale e frutto di un’idea per un futuro di pace, nato proprio da quel primo testo, vergato in segreto per eludere la sorveglianza oppressiva dei carcerieri.

Nel Manifesto per un’Europa libera e unita, libro poi pubblicato nel 1944, si diceva che era compito dei paesi del vecchio continente creare una federazione in cui gli Stati membri avrebbero condiviso parte della loro sovranità con istituzioni sovranazionali, garantendo così una pace duratura. L’idea era di formare un’Europa federale con un parlamento e un governo comuni, dove tutti i cittadini potessero sentirsi parte di una stessa comunità. Non si trattava di cancellare le differenze, ma di collaborare sulle grandi questioni come l’economia o i rapporti con gli altri continenti, al fine di migliorare la vita dei lavoratori. Spinelli e i suoi amici volevano un’Europa che si preoccupasse non solo di politica ed economia, ma anche di giustizia sociale affinché tutti i cittadini europei potessero vivere dignitosamente, con diritti e opportunità simili. Un’Europa della pace e della cooperazione internazionale. L’obiettivo finale era semplice ma rivoluzionario: fare in modo che i paesi europei smettessero di combattersi e iniziassero a considerarsi parte della stessa famiglia, arrivare dunque a garantire una pace duratura. La particolarità di questa loro avventura, di questo loro sogno ci ricorda che anche nei momenti più bui, quando tutto sembra perduto, si può avere il coraggio di immaginare un futuro diverso. Ripensare al Manifesto di Ventotene ha il significato di rilanciare i valori di solidarietà e di giustizia sociale in un’Europa circondata com’è dal pericolo di regimi autoritari, ad est come ad ovest. Ripensarlo proprio nel nostro paese, oggi governato malamente da chi ancora non riesce a rinnegare i suoi legami con il fascismo, è ancora più importante e doveroso. Che la presidente Meloni non si riconosca nel sogno di Ventotene è un fatto scontato, che noi ancora, e finché ci sarà consentito, le si dia credito nelle urne, è vergognoso!

Ettore Benforte

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