Famiglia Capogrossi

La famiglia Capogrossi, anticamente Caputgrossus-Caputgrassus, è registrata nella parrocchia di Cori monte alla fine del 1500; chissà se giunse qui prima. Questo nome ebbe origine da una persona che aveva una testa piena di intelletto? La presenza dei Capogrossi a Cori monte riconferma, come se ce ne fosse sempre bisogno, l’importanza dei Lepini, cerniera tra l’Appia e la via Latina aperta a famiglie, economie, usi e costumi giunti dal Regno di Napoli.

I Caputgrossus sono presenti nei documenti angioini (ACCADEMIA PONTANIANA, I registri della cancelleria angioina ricostruiti da Riccardo Filangieri con la collaborazione degli archivisti napoletani, IV 1266-1270): Martucius Caputgrossus… notatur Iohannes Capugrasso de Salerno qui creatur iudex et assessor ap. Iustitiarium Terre Laboris et Comitatus Molisii (Reg. 115 p. 53). In Terra di Lavoro giunse il primo Capogrossi, fine 1200. Continuo. Dai (Registri Privilegiorum di Alfonso il Magnanimo della serie Neapolis dell’Archivio della Corona d’Aragona, a cura di CARLOS LÓPEZ RODRÍGUEZ e STEFANO PALMIERI, 1444 giugno 17, Napoli) riporto: «…Nel Castelnuovo, Alfonso I nomina Restainuccio Capograsso di Sulmona capitano di guerra e giustizia della terra di Lanciano con mero e misto imperio e potestà».

Dalle fonti del Regno di Napoli affiorano molti Caputgrossus-…grassus, con incarichi rilevanti perché erano nobili! Nel notarile di Latina ho incontrato Clemente Capogrossi agrimensore (geometra); viveva a Cori monte, dove nel 1757 fu fondato il monastero francescano del Terz’Ordine della Madonna del Buon Consiglio. Clemente chiese alla badessa un colloquio poiché la figlia Felice voleva monacarsi in quel loco pio. La badessa conobbe la ragazza e ascoltò il padre, specificò le modalità della monacazione, la durata del noviziato prima di prendere i voti, persistendo la volontà della ragazza, e poi presentò le spese. Felice non sapeva leggere né scrivere, ma sapeva tessere, aveva anni 31, entrò in monastero nel gennaio 1758 come conversa «…per abbracciare l’abito monastico e pure instruita nella pietà e nel timor di Dio… disporre altro di se stessa a suo tempo… fattene le dovute istanze alla Rev. Mad. Abb.a coll’assenso degli Ill.mi deputati… per fare la prova di sei mesi, siasi degnata di proporre la pia volontà di Felice tra le monache le quali, convocate e sentita la testimonianza del Parroco super vita et honestate di Felice, siano state di sentimento a riceverla…». Clemente si accordò con la badessa a versare subito 15 scudi ed altri s. 21,50… poi propose di pagare anche con: «… stigli e mobili, scudi 7, legna da fuoco di buona qualità combustibile, a ragione di baj dieci per soma secondo lo stile di Cori, acciò 4 some in ogni settimana da principiare il 23 corente e scudi 3 nella pigione di un suo granaro goduto per uso grani dal monastero». (A.S.L. Not. Cori, Pasquale Prence, b. 175, cc. 145v-146v). La legna sarebbe stata portata al monastero già tagliata e pulita. La badessa accettò. La dote di s. 150 sarebbe stata pagata con telaro, granaro e horto.

Pur con pochi fatti, le atmosfere
dei tempi lontani sono vitali.
Rapporti intrecciati nell’altro ieri,
non sono che prestiti culturali
di un mondo sparito, ancora presente,
che sopravvive con cuore e mente.

Ho chiesto notizie familiari alla mia amica Caterina Capogrossi in Bernardi e lei, come fresca sorgente, mi ha dissetata con storie, nomi, persone che non conoscevo, restituendomi anche momenti dimenticati raccontati dai miei parenti, risalenti anch’essi alla prima parte del Novecento. Dal nostro incontro è scaturito un passato ricamato di attimi, nomi, fatti e luoghi intrecciati in un paesaggio sentimentale profumato di ricordi suggestivi. Caterina racconta che un ramo dei Capogrossi di Cori si spostò ad Albano, poi Argeo con i fratelli Luigi e Giuseppe, tornati dall’Africa, si stanziarono a Cori e misero su famiglia. Erano commercianti di olio, olive, vino; impiantarono il primo tendone a Nettuno e furono i primi, o tra i primi, a impiantare i kiwi all’Imposto. Possedevano una vasta porzione di terra piena di grotte, cunicoli, mura grandi e avanzi di costruzioni con scalette strette tra colle Borgia e colle Fogliano, confinante con i terreni dei nobili Polverosi. Lì fu aperta una cava di pozzolana. Da tempi lontani si tramandava che in quella zona fosse stato eretto un monastero o un cimitero. In effetti, nel 1313 Raimondo Becte del castrum di Cisterna lasciò eredità alle chiese di Cisterna, Roma, Velletri, Ninfa… e alla chiesa di S. Lucia “ubi sunt moniales” (G. PESIRI, Documenti dell’archivio degli Agostiniani di Cori 1244-1503, Roma, 2008, p. 141). S. Lucia è una località in pianura verso Cisterna. Non si sa se poi le monache si siano spostate a Cori al nuovo monastero di S. Margherita. Si racconta frequentemente che tra Cori e Cisterna, nei dintorni della ex-stazione, vaghino presenze evanescenti di giovani donne vestite di bianco con un cane… si dice… abbiano fermato auto in cerca di aiuto… si dice… Torno ai Capogrossi. Ad Albano nacque il futuro artista Giuseppe Capogrossi, tra i più famosi e innovativi pittori italiani del Novecento, conosciuto in tutto il mondo. Il padre di Caterina ripeteva spesso, con orgoglio, di avere un parente importante, artista e laureato! Ringrazio Caterina per queste notizie. Peraltro, l’artista nelle foto assomiglia molto al figlio Alessandro. Ella inoltre mi ha riferito che i Capogrossi, nei primi anni del Novecento, affittarono i terreni dei Polverosi.

E questo nome mi consente di riportare da mio zio Gaetano Di Meo, n. 1902, lo stupore suscitato quando per la prima volta a Cori, 100 anni fa, si vide una carrozzina per bambini! Ogni giorno accadeva che, dall’Insito, la “tata” portasse a passeggio una bimba in carrozzina passando sul ponte della Croce per arrivare a piazza Romana piena di vita; lì si sedeva e poi tornava all’Insito. E ogni giorno una sfilata di ragazzini giocosi e impiccioni, tra i quali mia madre con le sorelle, l’accompagnava con qualche adulto curioso. La “tata” faceva parte dello spettacolo: camminava eretta in divisa scura con grembiulino bianco pieno di falpalà merlettati allacciati dietro con un graaande fiocco biaaanco che si muoveva sinuosameeente. Non solo: sulla testa portava una specie di cresta bianca, merlettata pure quella! La bimba in carrozzina era Flora, figlia del maestro Carabella, autore delle musiche dei film di Totò, e di una Polverosi, ecco perché ricordo questo nome. Flora poi sposò Marcello Mastroianni.

Giancarla Sissa

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