Due concetti che dall’inizio dell’umanità si sono sempre contrapposti, ma anche sostenuti reciprocamente. Ciascuno ha vissuto in funzione dell’altro. Il Novecento ha segnato l᾿apice dei conflitti contemporanei. Ed ora ci ritroviamo nell᾿abisso di scenari globali imprevedibili e improbabili
Come al solito, per scrivere un articolo pungolo sull’argomento studenti e studentesse. Lo faccio per capire che percezione abbiano di alcuni temi fondamentali su cui si troveranno, prima o poi, a dover dire la propria.
Comincio con un primo spunto, la risposta di uno studente alla domanda “cosa ti viene in mente se dico guerra e pace?”. “Rispettivamente, distopia e utopia”.
Sono concetti contrapposti che forse non potrebbero esistere l’uno senza l’altro, proprio come guerra e pace. In questo caso la pace è associata al concetto di utopia che possiamo definire come un “luogo felice che non c’è ancora”. La guerra viene associata invece al concetto di distopia, una negazione totale dell’utopia, un futuro non desiderabile, in cui si delineano società spaventose e ingiuste.
Per noi la guerra è il male ed è un presente, un passato, un futuro. Non è difficile essere d’accordo con questa affermazione anche se sembra che ci siamo assuefatti a vedere, miopi, immagini di sanguinose guerre che scorrono sugli schermi dei nostri smartphone o delle nostre TV, intervallati da memi divertenti, video di gatti che si spaventano specchiandosi, bambini trucidati, video di vacanze in acque cristalline, ospedali bombardati, balletti in casa, macerie, foto di piatti stellati, esseri umani affamati già morti.

Sembra quasi che nessuno sia responsabile delle atrocità e continuiamo a permettere che scorrano come immagini qualsiasi, senza sapere che attualmente ci sono quasi 60 guerre nel mondo, senza sapere o volendo ignorare che gran parte degli Stati spende cifre inaccettabili per armarsi nel nome del paradosso della sicurezza, senza sapere che la banca a cui affidiamo i nostri risparmi finanzia la produzione e la commercializzazione di armamenti (hai controllato la tua?), senza considerare che «siamo tutti profittatori di guerra: i prezzi delle materie prime e degli alimenti di cui noi ci serviamo sono frutto di una guerra permanente – anche cruenta! – nei confronti di gran parte della popolazione del pianeta»
(A. Langer, Azione nonviolenta,1989).
Perché, conoscendo le sofferenze della guerra da quello che studiamo e vediamo, non siamo in grado di evitarla?
Questa domanda ha attraversato la storia dell’umanità e se le necessità umane nel tempo sono cambiate di poco, l’organizzazione delle società è mutata in modo considerevole e ci chiama a riflettere e ad agire.
In passato i conflitti erano considerati un modo quasi “naturale” di risolvere questioni tra popoli, tanto da avere dei regolamenti su come dichiarare e combattere una guerra. Immaginiamo Socrate, in armatura da oplita contro Sparta o Dante a cavallo pronto a combattere. Per loro era ovvio, in alcuni momenti, trovarsi lì, nonostante si interrogassero sulla sofferenza che sarebbe seguita.
Era come se a livello collettivo la società fosse coerente con le sfaccettature della realtà, con le pulsioni più intime dell’essere umano. In termini filosofici possiamo chiamarle con Eraclito, Polemos (conflitto) e Eirene (pace), con Freud, pulsione di morte e di vita, con Nietzsche spirito dionisiaco e apollineo.
Il conflitto è inevitabile, sia esso interiore o con chi ci è vicino ma dovrebbe essere costruttivo, migliorare le cose, portare a una linea riconosciuta di convivenza civile. È come dovrebbe essere ma vediamo quanto è facile, nel quotidiano, che una contrapposizione possa sfociare in un atto aggressivo che degenera in uccisione.
Quindi, prof., sta dicendo che la guerra è ineliminabile perché è connaturata all’essere umano?
È molto complesso ma sono convinta che l’essere umano sia in grado di andare oltre la propria natura, come fa da quando esiste. È l’abitante della terra che ha fatto più caos ma anche quello che può Guernica. Pablo Picasso fare altre scelte e cambiare il corso della storia. Sbaglio o l’essere umano è anche capace di arte, di musica, di emozioni felici, di comprensione, di apertura al prossimo?
Se ci sono filosofi che hanno lodato la necessità della guerra molti altri hanno posto le basi per una cultura della pace. Kant, nel 1795, scrisse un saggio dal titolo Per la pace perpetua, estremamente attuale, in cui prospettava, per il genere umano, la finalità della perfetta unificazione civile, guidata dalla ragione e dal diritto. Le condizioni per una pace perpetua sono che gli Stati siano ispirati al loro interno da principi di libertà, che costituiscano tra di loro una confederazione, che fondino le relazioni internazionali sul diritto cosmopolitico dell’ospitalità universale, basata sul reciproco rispetto. La forma di governo deve essere la repubblica e la politica deve subordinarsi all’etica, assecondando il destino dell’umanità, realizzare se stessa nella dimensione sociale. E, se ci pensiamo, alla fine della Seconda guerra mondiale è accaduto qualcosa di straordinario: abbiamo messo in discussione la legittimità di qualsiasi guerra e sono scaturite azioni quali la creazione di organizzazioni sovranazionali a tutela di questa idea.
Qui però prof., torniamo all’utopia perché le stesse organizzazioni sovranazionali hanno fallito.
Hai ragione. Un’illusione, il fatto che l’ONU potesse intervenire ovunque per impedire conflitti. E l’Occidente non è stato un esempio di coerenza tra questi ideali e la prassi perché quando c’erano altre motivazioni per farla, la guerra si faceva, in Corea, Vietnam, Iraq, Afghanistan. È per questo che deve continuare lo sforzo collettivo di evitare le guerre, se non ce l’abbiamo fatta non significa che non sia possibile. È bene non solo cercare di riconquistare la pace quando è andata perduta, ma anche capire i meccanismi che permettono di conservarla quando c’è, studiarli, parlarne come qualcosa di attuale e attraente.
È chiaro che voglio la Pace, prof. Parliamone sempre.
Elisa Trifelli
Docente
Dott.ssa in Filosofia