India e Pakistan, le ragioni del conflitto

Nel mezzo di due guerre, Ucraina-Russia e Medioriente ne spunta una terza le cui radici sono note a pochi

Bisogna essere dotati di pazienza e memoria per comprendere il perché del conflitto indo-pakistano. Pazienza, dal momento che si dovrebbe parlare di più conflitti che si sono succeduti nel corso di quasi un secolo tra questi due Stati. Memoria, per ricordarci che anche in quella parte, per noi lontana, del mondo l’influenza coloniale dell’Inghilterra, in questo caso, ha fatto danno, come ben ci illustra l’amico Ahmad Ejaz, giornalista pakistano che vive e lavora a Roma da decenni e che a Cori ha collaborato con la nostra scuola.

In questa regione i due popoli hanno sempre avuto una convivenza pacifica prima di essere conquistati dall’impero Britannico. L’India a prevalenza Hindù, con una minoranza musulmana (ma anche sikh e cattolici) ed il Pakistan a prevalenza musulmana. Nel 1947 la creazione di uno stato separato, il Pakistan, causò lo spostamento forzato di milioni di persone e massacri tra le due comunità religiose. Al centro delle dispute una parte del Kashmir, all’epoca regione a maggioranza musulmana. Nel corso degli anni (1948, 1965, 1971 creazione del Bangladesh, 1999) i conflitti tra i due stati si sono succeduti a più riprese. Il controllo del Kashmir è sempre stato fondamentale per le due parti dal momento che in quelle terre nascono sei fiumi che alimentano entrambi gli stati. Per questo motivo nel 1960 fu redatto il Trattato della Acque, rispettato da entrambi i paesi sino ad oggi.

Il Kashmir è la regione più a nord dell’India, situata sopra la regione del Punjab, quella da cui provengono gli immigrati sikh di Cori. Lo stesso Punjab al momento dell’indipendenza dall’Inghilterra fu diviso tra India e Pakistan. Lingua comune ma religioni diverse, sikh nel Panjab indiano e musulmani in quello pakistano. La stessa sorte nel Kashmir tra musulmani e hindù. Il Pakistan, con più di duecento milioni di abitanti, da quasi mezzo secolo è di fatto una dittatura militare con una forte componente religiosa sunnita anche se non si può considerare uno stato confessionale. In questi anni il suo esercito, a dispetto della povertà del paese, è diventato uno dei più forti della regione e possiede come l’India più di 170 testate nucleari. L’India ha una popolazione di più di un miliardo e mezzo di abitanti ed è tra le venti economie più importanti al mondo.


A dispetto della sua storia che aveva nel pacifismo di Gandhi il suo fondatore, oggi l’India del presidente Narendra Modi, al suo terzo mandato consecutivo, non può essere più considerata una vera democrazia multiculturale e multireligiosa. Tutte le minoranze, compresa quella musulmana del Kashmir, sono marginalizzate e perseguitate. Ne è scaturito il primo grave attentato da parte di gruppi jihadisti contro civili da quando il governo di Narendra Modi ha revocato l’autonomia costituzionale all’unico Stato indiano, quello di Jammu e Kashmir, a maggioranza musulmana. Questi due paesi, giusto per inquadrarli nel grande gioco del risiko mondiale, sono legati militarmente uno alla Cina (il Pakistan) e l’altro agli USA (l’India).

Come ci ricorda il nostro amico Ejaz: “se ad oggi (metà maggio) gli scontri sembrano essersi limitati a due soli attacchi e contrattacchi, con meno di una trentina di vittime, evidentemente Washington e Pechino hanno iniziato una mediazione alla quale sembra aver contribuito anche il nostro governo”. India e Pakistan sembrano, a torto, regioni “lontane e marginali“, ma non è detto che da questo conflitto non possano nascere pericoli per la pace mondiale, considerando infatti la disponibilità nei loro arsenali di quasi quattrocento testate nucleari.

Ettore Benforte

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