I talk televisivi di cronaca nera sempre più condizionati dal protagonismo degli ospiti. Le vittime oscurate dalle risse dei partecipanti
Negli ultimi tempi, il panorama attuale del di battito riguardo casi mediatici di cronaca di maggiore rilevanza (vedi il caso Chiara Poggi, Pierina Paganelli, Lilly Resinovich e molti altri ancora) sembra portare ad una informazione di tipo polarizzato, dove l’emozione prevale sulla razionalità.
La tendenza di coloro che sono chiamati (non tutti) a disquisire e a chiarire i fatti, nel tentativo di attirare l’attenzione del pubblico, è assumere posizioni forti e provocatorie che si traducono in toni aggressivi ed in un linguaggio che trascura fortemente la complessità dei temi trattati.

Si assiste pericolosamente ad una disumanizzazione delle vittime che vengono dimenticate o messe in secondo piano. Questa disumanizzazione della vittima colpisce anche i superstiti, le famiglie, che vengono sostituiti, nel processo pubblico in TV, da una narrazione che pone sotto i riflettori la bagarre accesa tra gli opinionisti. Viene da chiedersi dove comincia e dove termina il codice deontologico o la responsabilità di un professionista che trascura determinate regole nel momento in cui si presta a momenti che somigliano più a liti condominiali che a spiegazioni tecniche e utili alla comprensione di un caso. Cosa si potrebbe fare?
Le lotte intestine tra opinionisti in TV molto spesso dimenticano la dimensione umana e le conseguenze delle storie di cronaca, che spesso si incistano su interi gruppi di persone che nel corso del tempo hanno costruito nuclei familiari che nulla hanno avuto a che fare con quel caso di cronaca; dietro non ci sono solo fatti, ma persone, famiglie, uomini e donne a cui la vita è stata sconvolta, persone che vorrebbero dimenticare, che si ritrovano dopo anni ripiombiate sulla scena del delitto, persone in cerca di oblio sbattute in prima pagina, seguite, torturate da microfoni, spiate in ogni piccolo passo…
A chi si occupa di casi di cronaca, da qualsiasi punto di vista (psicologico, criminologico, giornalistico), e ne parla in TV, si richiede un compromesso tra libertà di espressione ed etica, tra il sensazionalismo e il rispetto per le vittime, affinché l’informazione possa realmente servire la società e contribuire a una comprensione più profonda della realtà.
Virginia Ciaravolo
Psicoterapeuta-Criminologa
Pres. Associazione “Mai più violenza infinita”
Consulente/Docente Polizia di Stato