Il nuovo Pontefice riparte dalla Rerum Novarum del suo predecessore aggiornando il tema centrale del lavoro con una riflessione sull’intelligenza artificiale. Lo attende un difficile lavoro di ricucitura del mondo cattolico senza rinnegare Francesco
Un Papa che intreccia radici culturali diverse (statunitense e per oltre ventennio missionario in America Latina, Perù – antenati europei, sia francesi che italiani; agostiniano e curiale nello stesso tempo) e una ricca personalità che è chiamata ad una sintesi che erediti il meglio delle personalità degli ultimi tre pontefici. Un “figlio della globalità” è stato definito, con un tratto profondamente umano che immediatamente lo ha reso popolare in tutto il mondo, e tra i fedeli è subito scattata la fiammella di un forte afflato, facendo capire a tutti una sua personalità di grande vicinanza alla gente, autentica umiltà, misericordia, una figura di missionario, ma anche una capacità di gestione dimostrata in importanti incarichi ricoperti in Curia. Ha subito parlato di pace, di “una pace disarmata e disarmante”, ma ha chiarito che non c’è pace senza giustizia e non a caso ha scelto quale proprio nome “Leone”, con un preciso forte richiamo a Leone XIII, il Papa che a fine Ottocento ha firmato la Lettera Enciclica Rerum Novarum, da cui prende avvio la dottrina sociale della Chiesa dei tempi moderni, e lo ha fatto subito facendo riferimento al “lavoro” anche in tempi di “intelligenza artificiale”: nel nome prescelto si evoca un’eredità impegnativa, un richiamo potente alla dottrina sociale della Chiesa ed è insito in ciò il necessario aggiornamento alla questione delle disuguaglianze dei nostri tempi.
Certo, i tempi sono profondamente cambiati, ma la Chiesa oggi come allora è impegnata a battersi contro le forti disuguaglianze, le fratture generazionali, l’emarginazione crescente e anche, e soprattutto, la povertà sempre più diffusa. E il nome di Leone XIV assume una importanza straordinaria, con significati religiosi, culturali, sociali, e che inevitabilmente investiranno anche il dibattito politico. È un forte sprone per un ritorno dello storico filone di pensiero del cattolicesimo sociale,e non solo in Italia, ma anche in Europa.
In Italia il cattolicesimo sociale a cominciare dalla fine dell’800 e per tutto il ’900 ha giocato un ruolo non indifferente per l’impegno concreto dei cattolici nella vita politica nazionale. Già sin dai primi del ’900 e sino all’irruzione del fascismo, per poi tornare prepotentemente nel secondo dopoguerra, nel quale ha contribuito a condizionare l’evoluzione stessa della politica italiana. Prima all’interno del Partito Popolare italiano di don Sturzo e poi, a maggior ragione e in modo più significativo, con l’avvento della Democrazia Cristiana e sia in alcuni partiti che sono succeduti alla stessa DC, seppur con minor vigore ed incisività.
Ma, comunque sia, anche il ritorno simbolico del nome papale di Leone ha immediatamente innescato nell’area cattolica italiana, ma non solo italiana, quasi un risveglio di una corrente di pensiero che proprio oggi ritorna di grande attualità di fronte alle dinamiche che caratterizzano la nostra società, nella consapevolezza che quella cultura politica, può ancora una volta essere un valore aggiunto per affrontare nodi e problemi che sono drammaticamente sul tappeto della nostra società. E il messaggio sociale forte che Leone XIV ha inserito con il suo richiamo alla Rerum Novarum di Leone XIII riguarda non solo il filone del cattolicesimo sociale in Italia e in Europa, ma investe anche le correnti di pensiero di tradizione socialista e che sono il perno della sinistra: è un forte stimolo a riprendere, in maniera costante sistemica e profonda le questioni sociali dei nostri tempi.
Oggi la crisi dovuta prima alla pandemia e poi alla guerra russo-ucraina porta a ricadute drammatiche sul costo della vita. Spetta a chi continua ad avere una concezione popolare e democratica della società battersi affinché non ci si rassegni a questa deriva. Ciò che resta dei partiti popolari, pur con tutti i limiti dell’attualità, ha il dovere morale, prima ancora che politico, di porre in cima all’agenda l’irrompere di questa nuova questione sociale che sta producendo, e rapidamente, nuovi poveri, nuove emarginazioni, forte disoccupazione, crescenti disuguaglianze e forti discriminazioni. Basti ricordare, per es., la stagione tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70. Il varo, oltre 50 anni fa, dello Statuto dei Lavoratori con la firma dell’allora Ministro del Lavoro Carlo Donat-Cattin (DC) e con l’ispirazione forte di Gino Giugni (giuslavorista, socialista): una scelta coraggiosa di una classe dirigente capace di porre al centro della politica la “questione sociale”.
Oggi – grazie al forte, potente richiamo venuto da Papa Leone XIV – si tratta di affrontare nella nostra epoca l’istanza sociale dei nostri giorni, con la stessa determinazione.
Antonio Belliazzi