Il compito di Elly Schlein: PD baricentro del rinnovamento

Un partito pluralista che proviene dai grandi filoni della nostra storia

Nel numero precedente l’amico (e collega, di professione e di redazione) Tommaso Conti è intervenuto sul Partito Democratico, in qualche modo chiedendo un cambio radicale della sua impostazione e quasi venendo alla conclusione che il partito è nato male e che la fusione non ha funzionato, anche se poi fa riferimento alle nuove sfide dell’oggi e del futuro e, in questo senso, la sua impostazione è condivisibile anche da parte mia. Vorrei dire la mia, visto che ho aderito al progetto fondativo del Partito Democratico e ci ho creduto e ci credo ancora – anche se i tempi cambiano e la politica è perennemente in movimento e presenta nuove sfide –, senza però rinnegare un percorso “nobile” che ha dato vita ad un partito completamente nuovo per questo terzo millennio, e senza fare continuo riferimento ai cosiddetti post-comunisti e post-democristiani ma al “mondo valoriale” che proviene da questi grandi filoni della nostra storia.

Mi piace ricordare il pensiero di Michele Salvati (attualissimo anche oggi), riformista prima nei DS (democratici di sinistra), e poi tra i più lucidi pensatori che ipotizzarono la nascita del Partito Democratico: “In un paese con le caratteristiche o particolarità […], non poteva certo passare così, sic et simpliciter, l’invenzione del partito social democratico (ndr: idea propugnata all’epoca da Massimo D’Alema, in contrapposizione a Walter Veltroni). Ecco perché io sostengo con forza ed entusiasmo la soluzione alternativa; ecco perché sono convinto che la Sinistra, o – per meglio dire – gli orientamenti di carattere solidaristico, devono trovare un contenitore di partito democratico e non di partito socialista: perché i riformismi, nel nostro Paese, stanno all’interno di tradizioni politiche diverse, con un profondo radicamento nel passato; esse devono incontrarsi e stare unite, senza necessità di rinnegare identità di cui si è ancora – e giustamente – gelosi. Sono, infatti, grandi storie quelle dei socialisti, dei comunisti, dei democristiani e della sinistra DC. Sono grandi culture politiche che non vanno mortificate e compresse da un’egemonia socialdemocratica affermata su base astratta o di principio, che non avrebbe nulla a che fare con la nostra tradizione…D’altra parte, non è un caso che in Italia le cose grosse, dal punto di vista della domanda della sinistra – solidarietà e integrazione sociale – vengano da queste due grandi tradizioni: la comunista e la cattolica. Questi sono i veri filoni da cui attingere, dopo che la tradizione socialista è finita come tutti sappiamo. Quindi bisogna salvare queste due risorse, mettendole assieme. Un po’ come nel ‘compromesso storico’, in un contesto, però, bipolare”. E come non citare in questo contesto Walter Veltroni, che ha sempre creduto in un partito unitario che potesse rappresentare il punto chiave per una trasformazione del sistema elettorale italiano in senso chiaramente bipolare, tendenzialmente bipartitico, sul modello della democrazia statunitense; in particolare, il partito “leggero”, secondo Veltroni, avrebbe dovuto incarnarsi in un soggetto politico a cosiddetta “vocazione maggioritaria”, che attraverso una leadership autorevole e riconosciuta avrebbe potuto rivolgersi direttamente ai cittadini, parlando un linguaggio non ideologico, in grado di rappresentare trasversalmente le diverse anime culturali, sociali ed economiche del paese, riconducendole nell’alveo di un condiviso progetto riformista.

E Romano Prodi, il grande ispiratore del Partito Democratico, da parte sua fortemente caratterizzato in senso riformista e europeista. Credo che da questi contenuti valoriali e politici non si debba prescindere e, anzi, su di essi vada fondata l’identità del Partito Democratico di questo 2025 e degli anni a venire, continuando a ritenere lo stesso come il perno di qualunque alternativa alla coalizione di centro destra, l’elemento strutturale di un progetto di cambiamento e nuovo che punti alla guida della società italiana dei prossimi anni, prefigurandone i cambiamenti ed anzi incoraggiandoli.

Un partito che si confronta con chiunque ci stia per la costruzione di un’alternativa ma che non va “tirato per la giacchetta” da nessuno, né da chi si pone alla sua sinistra né da chi si muove più nell’area centrale dello schieramento; un partito che deve certo interloquire anche con un movimento ormai sviluppato nella nostra società (anche se ridimensionato rispetto a pochi anni or sono, seppur comunque consistente) e che ormai si pone (al di là di repentini slalom tattici e al netto di una tendenza al populismo) nel fronte cosiddetto di centro sinistra e alternativo alla destra. Le carte in gran parte sono in mano ad Elly Schlein e sarà lei (pur dopo la battuta d’arresto del referendum voluto dalla CGIL) la protagonista di questa stagione, auspicando un’azione che abbia ben chiaro il baricentro complessivo del PD rispetto alle sue varie anime (tutte legittime, purché produttive di idee e visioni e non di incrostazioni di potere).

Antonio Belliazzi

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