Il passaggio dal Melodramma del Metastasio alla Commedia Italiana del ’700
Al termine del XVI secolo, molti studiosi ed intellettuali proposero di tornare alla tragedia greca nella sua integrità. Avevano, altresì, intenzione di ricomporla in tutti i suoi elementi (poesia, musica, danza) ma, anziché giungere alla tragedia, si identificarono in una forma nuova e diversa, la più italiana mai vista sulla scena: il melodramma. La novità del melodramma rispetto alla tragedia: mentre nella tragedia è essenziale la parola del poeta, a cui musica e danza servono solo di commento, nel melodramma la parola risulta come uno schema più o meno ricco e preciso in cui l’espressione è affidata alla musica e l’autore è il musicista. Quel che maggiormente conta è l’affermazione dell’espressività sentimentale della musica, della sua capacità di creare un dramma e di porre caratteri umani in conflitto. Più tardi tornerà il contrappunto, nascerà il sinfonismo e l’armonia giungerà, così, a raffinatezze inaudite. In tale contesto, un ruolo indiscusso è ricoperto da Pietro Metastasio, la cui genialità precoce era stata scoperta e idolatrata nelle assemblee colte di Roma e poi di Napoli. Pietro Trapassi, nato a Roma nel 1698, fu accolto ancora giovinetto dal Gravina, erudito protettore degli Arcadi, il quale, intuendone l’ingegno, gli fu maestro e gli cambiò il cognome in Metastasio.

Il Metastasio, con le sue opere, testimoniò che le tesi morali che ispirarono tutti i suoi lavori non furono frutto d’ipocrisia; furono anzi un’aspirazione schietta, da non paragonare, neppure lontanamente, al valore raggiunto dai tragici veri. L’opera del Metastasio, in una squisita perfezione, lo porta ad un genere letterario: quello dell’antica Pastorale e poi della lirica d’Arcadia. Dal melodramma italiano, più precisamente dal Metastasio, arriviamo alla commedia italiana del Settecento, trovando un protagonista geniale di tale periodo: Carlo Goldoni.
Nato a Venezia nel 1707, amava più le letture teatrali che gli studi maggiormente metodici. Non volendo saperne di seguire la professione del padre medico, preferì le scuole di diritto canonico e civile. Fu impiegato nella cancelleria di Chioggia, dalla cui esperienza nacque Le baruffe chiozzotte. Si laureò a Pavia nel 1731 e cedette subito alla tentazione di dedicarsi al teatro. Iniziò con un melodramma metastasiano: Amalassunta. Anche in seguito continuò a scrivere melodrammi, tragicommedie, intermezzi, ma poi approfondì il lieto incontro con la commedia finendo per sostituire ai melodrammi svenevoli e strampalati, e alle sgangherate e volgari commedie dell’arte, un tipo di commedia nuova, creata dallo studio di Plauto, Terenzio, Molière, non risolvendosi ad imitarli passivamente, bensì attingendo la materia alla diretta osservazione della natura. Da qui l’incipit della “riforma goldoniana”. Il primo frutto di tale studio fu la commedia La donna di garbo, che riscosse numerosi consensi, tanto che Goldoni abbandonò definitivamente lo studio legale e seguì, stipendiato, la compagnia veneziana di Girolamo Medebac. La sua prima, vera affermazione avvenne con il lavoro La vedova scaltra del 1748.
Tale ampio consenso, di Goldoni e della sua “riforma”, provocò ribellioni, attacchi e parodie, ma lui non si lasciò intimorire, anzi, si legò maggiormente al suo pubblico con una promessa sbalorditiva: sedici commedie nuove, da scrivere tutte in un anno. Una promessa mantenuta e dalla quale scaturirono commedie, quali La bottega del caffè, Il bugiardo, La Pamela, La finta ammalata, I pettegolezzi delle donne ed un lavoro che rappresenta il programma di tutta l’arte goldoniana: Il teatro comico. A queste, seguiranno poi: Il campiello, L’avaro, Gli innamorati, Pamela maritata, I rusteghi, Un curioso accidente, La casa nova, la trilogia della Vileggiatura, Sior Todero Brontolon, e la già citata Le baruffe chiozzotte.

A seguito di questi successi, scoppia la lotta con Carlo Gozzi, il quale si vanta di richiamare alla sue fiabe un pubblico maggiore di quello che accorreva alla “modesta riproduzione della verità”, (parole del Gozzi), assunta dal Goldoni. L’addio che il poeta dette alla sua Venezia fu tristissimo, il martedì grasso del 1762, con Una delle ultime sere di Carnevale. Partì, dopo qualche giorno, per Parigi, dove lo avevano invitato gli attori del “Theatre Italien”. Da qui un vero trionfo fu Il burbero benefico, scritto in francese per la “Comédie-Francaise”, che strappò parole di profonda ammirazione anche da parte di Voltaire. Gli ultimi anni di Goldoni furono abbastanza tristi: morì nel 1792, ottantacinquenne, in disagiate condizioni economiche.
Nella successiva pubblicazione, analizzeremo l’arte e la morale di Carlo Goldoni.
Tonino Cicinelli
Regista e direttore della compagnia teatrale “Amici del teatro”