Così, tanto per non dir cose campate in aria, andai, nei giorni assolati di questo luglio africano, quando il Borgo dovrebbe mostrare il suo più attraente aspetto, a contarli, quei vasi rinsecchiti lungo le vie del paese per la gloria degli Dei immortali. Nelle desolate vie del Centro sporcizia, escrementi, lacerti di vasi lasciati a imperitura memoria di un civismo stanco persino di fingere. M’avevan detto di uno spettacolo niente affatto decente, eppure speravo che le critiche fossero le solite, sterili lamentazioni di quelli che, poco avendo da fare, molto han sempre da dire (sia pur con l’àfono mormorío dei militi in fuga) al bivacco di petulanti panchine dove il pensiero arretra e l’alito esàla in risate smodate di gente contenta di vivere nello stagno delle rane. Fu difficile per me credere a tanto vedere.
In quel deludente spettacolo m’apparvero capolavori di un impressionismo naïf e petulanti manifesti annuncianti la rinascita dei morti. Di questi, le ombre, di volta in volta, paiono scandire litanie monotone e lacrimevoli nell’incedere lento e solenne di finti cortei che dicon di sé, financo in Avvento e nella mesta Quaresima, “siam pur sempre all’impiastro finto del Carnevale… noi, per volontà della Nazione, protagonisti nel primeggiare.
E invero poche volte assistemmo a una cosí limpida verità: quando le tragedie tornano in scena, esse non di rado mostrano il volto irridente e il ghigno beffardo della farsa dietro la maschera di coloro che fingono di vivere, fino a quando su di essi non crollerà fatale il sipario e il catafalco sarà il loro monumento. E intanto la ronda va… infaticabile e occhiuta come la volpe intorno al gallinaio.
Augusto Cianfoni