“Delle città importanti io mi ricordo Milano, livida e sprofondata per sua stessa mano” (cit.)
Ho avuto sin da bambino un rapporto di odio e amore con Milano, da quando mia nonna mi sospingeva sul treno per farsi accompagnare a Milano a trovare una sua sorella, la zia Giovannina, sposata ad un soldato milanese dell’esercito italiano in rotta dopo l’otto settembre, di passaggio a Cori di ritorno verso il Nord, ospitato a S. Michele presso la casa natale dei miei bisnonni. Per me Milano è rimasta sempre quella che ho visto la prima volta; le mura di mattoni rossi delle fabbriche dai finestrini della stazione di Milano Lambrate e l’improvvisa apparizione dopo poco tempo della grande galleria della Stazione Centrale. Livida e sprofondata di sua stessa mano, come dice Fossati che d’altronde è un poeta non da poco. Ci sono ritornato altre volte, ma la sensazione è stata sempre la stessa. Per cui mi sono interessato alla riflessione pubblicata da Gianni Cuperlo, dirigente di spicco del PD il cui pensiero da molto tempo rimane inascoltato, sulle vicende dell’urbanistica milanese negli ultimi venti anni, dal secondo governo Albertini, di centro destra, all’attuale governo Sala, con sostegno PD. E mi sono ricordato di Lambrate, area industriale di Milano, sviluppatasi a stretto ridosso del centro cittadino, “e a lungo parte integrante del tessuto urbano e urbanistico della Milano locomotiva industriale del Nord” (Cuperlo). Riassumo il pensiero di Cuperlo.
In questa fase l’inchiesta giudiziaria non ci interessa, la magistratura farà il suo corso, ci interessa la riflessione politica. Quando la crisi industriale e i processi di delocalizzazione hanno colpito le fabbriche della cintura milanese è sorta la necessità di integrare quel le aree nel tessuto urbano e ridefinirle dal punto di vista urbanistico. Questo processo è iniziato con il secondo governo Albertini (2006) e proseguito con il sindaco Pisapia (2006-2011) e Sala (dal 2016 ad oggi). Tra il 2014 e il 2018 Milano ha attratto investimenti immobiliari per 15 miliardi di euro, più di ogni altra città europea, ha prodotto PIL per il 5 % e attirato sul proprio territorio 5000 aziende estere. Dal punto di vista macroeconomico senz’altro un grande successo. Tuttavia, guardando l’altra faccia della medaglia, cosa è accaduto?
Siccome gli investimenti immobiliari erano provenienti per la gran parte dalla finanza privata, e siccome il governo della città ambrosiana non ha saputo contrapporre in modo dialettico un’adeguata politica di edilizia convenzionata e popolare, di housing sociale e di restituzione di servizi pubblici alla città, i nuovi quartieri sono divenuti tutti di “lusso”, con costi abitativi e locativi altissimi. Conclude inesorabilmente Cuperlo: “Molte fasce popolari si sono risvegliate espulse (tra queste, autisti, infermieri, poliziotti, insegnanti) a causa di costi abitativi che mano a mano si facevano semplicemente proibitivi”.
Qui finisce la lucidità e la chiarezza di Cuperlo e iniziano le mie rabberciate e banali riflessioni, con qualche domanda. Diceva Hegel che la nottola della filosofia, quindi l’uccello della conoscenza, esce sempre al tramonto; anche quello della politica. Quindi siamo sempre e per sempre condannati a capire le cose dopo che sono accadute, oppure la politica può anticiparle e determinarle? E può determinarle la politica oppure la politica deve per sempre svolgere una funzione gregaria nei confronti della grande finanza? Un giovane, un po’ di tempo fa, mi ha raccontato che Vienna è attualmente la città europea con i prezzi immobiliari più calmierati e bassi e con i migliori servizi d’Europa, grazie alla politica urbanistica praticata dal partito socialista austriaco a partire dagli anni ’20 fino all’avvento del nazismo e poi nel dopoguerra dal 1970 al 2000, anni in cui quel partito ha governato ininterrottamente il paese. Quando la politica, durante il Novecento, faceva ancora la sua parte.
Altre domande: se categorie di lavoratori quali autisti, infermieri, poliziotti e insegnanti, che una volta costituivano il ceto medio, non sono stati in grado di trovare alloggio nello sviluppo urbanistico di Milano e ne sono stati espulsi, che fine avranno fatto i pensionati, i precari, i disoccupati e il sottoproletariato urbano? Perché tanta gente non va più a votare e se vota lo fa per il centrodestra? Sarà il destino cinico e baro oppure c’è qualche responsabilità? Quando Chiara Appendino divenne Sindaco di Torino con una grossa affermazione su Piero Fassino, maturata nei quartieri popolari, Marco Revelli, storico e sociologo della sinistra piemontese, elaborò una particolare analisi del voto attraverso l’itinerario del tram che partiva dalle colline di Superga, quartieri alti e aristocratici, per arrivare nei quartieri popolari: più il tram si allontanava dalle aree delle “élites” per avvicinarsi ai quartieri popolari, più le sezioni elettorali facevano registrare una débâcle di Fassino (PD) in favore della Appendino.
Un’ultima domanda e poi mi fermo: dove pensa esattamente di dover andare in futuro a prendere i voti il Partito Democratico per poter un giorno governare l’Italia? Tra i finanzieri immobiliari, tra i residenti nei quartieri di lusso, tra gli urbanisti di regime e gli apparati di partito o tra quel popolo ex ceto medio “espulso” dalla politica urbanistica di Milano, a lungo tempo governata dal Pd? Spero possiate scusarmi delle mie banali domande e del mio pensiero demagogico e, aggiungerei io, anche populista.
Tommaso Conti