Frammenti di un discorso tra i monti
Salendo verso Cori Monte, l’ultimo tratto di via dei Lavoratori costituisce una terrazza che si affaccia prevalentemente verso i monti. Con un solo colpo d’occhio si riesce ad abbracciare gran parte dell’anfiteatro calcareo che, dominato dal Monte Lupone, contiene e protegge il paese. Sembra quasi di poterle mettere in tasca, le montagne. E in un certo senso, per chi le frequenta e le conosce, ci starebbero pure. Lo sguardo, da qui in basso, più leggero del corpo, può risalire veloce i pendii, saltare i valloni, correre sul crinale a tratti sassoso e spoglio del verde intenso ed estivo della faggeta, o intrufolarsi in qualche angusto sprofondo orografico. Ogni tanto, poi, prende fiato nel cielo rincorrendo un cumulonembo. Per poi rituffarsi, introiettato, a rincorrere invece i ricordi. Riconosce luoghi e si conforta. Come un ripasso di passaggi dell’anima.

In estate, al mattino presto, il chiarore dell’alba insegue, fino a soffocarla, la luminosità di Venere. Poi, quando il sole sale ancora un poco ed inizia a fare capolino dal crinale, raggi quasi orizzontali che si insinuano nelle selle frammentano in fasci l’ombra del versante corese che si sta risvegliando. Durante il giorno, il gran caldo avvolge tutto in una tenue foschia, alle volte sormontata da spumosi cumuli che quasi mai scoppiano in un temporale. La sera, infine, colora tutto di tinte arancio-rosa, ultimi caldi colori che degradano e preannunciano il nero profondo dello spazio puntinato di stelle e di fasi lunari.
Nella contemplazione di questo seducente paesaggio, ogni tanto mi sembra di avvertire una sorta di assuefazione, abitudine che affievolisce la meraviglia. Allora mi si insinua quasi il desiderio di non averle mai viste queste montagne. Di essere stato poco attento e distratto. Per poterne cogliere ogni aspetto con il sentimento e l’emozione del primo stupore. Per conoscere la reazione nuova e genuina di fronte a questo tesoro. Ma è lo stordimento di un istante. Perché subito mi avvolge, come fresca brezza di monte, la sensazione preziosa e consapevole di corrispondenza e di legame sedimentato nel tempo.

Perché l’incanto non sta nella novità. Si trova piuttosto in una sorta di ripetizione. Dove lo sguardo, mai stanco, di volta in volta coglie dimensioni diverse, sempre più affettive. Si allena e si intrufola nelle pieghe nascoste che la montagna piano piano disvela. E allora, anche da qui, diviene possibile riconoscere il grande leccio, che con la sua sempreverde chioma supera tutti gli altri e, pur stando distanti, vederne la corteccia del magnifico fusto. Ancora più su scorgere il carpino isolato e dal tronco tanto globoso e cerebrale. Avvertire quasi la sensazione tattile della mano poggiata su una precisa e imperterrita lontana paretina di roccia, lavorata dal tempo e dagli agenti atmosferici.
E a scandire tutto ciò, da questa terrazza, anziché passi, sono battiti di palpebre e palpiti
di cuore. Alle volte i battiti sono all’unisono con quelli di nere ali. Quelle delle cornacchie che si radunano sull’albero secco che si frappone nel panorama verso Monte “restino”. Sembrano le guardiane di questi luoghi; del resto il nome del paese ne è probabile indizio. Il loro gracchio rimbalza nel profondo vallone e sembra risalire fino alla croce di vetta del Lupone.
Un panorama è una sorta di concentrato di emozioni e vicende. Da leggere e scandagliare dal nostro particolare e momentaneo punto di vista. Forse è anche per questo che abbiamo una certa propensione a lasciarci rapire dalle vedute. E questa inclinazione giurerei essere immutata rispetto a quella del nostro paesano di un tempo, seduto accanto alla vicina Torre Sillana.
E allora è facile immaginare il filo che ci riporta anche indietro nel tempo. Dove le radici della moltitudine di alberi che si fanno bosco si intrecciano con le radici della nostra identità, della nostra storia. I nostri sguardi si posano sulle stesse grevità che già tanti ne hanno sostenuti. E si confondono con uno sbuffo di vapore che, sollevato da una sfacciata asperità, tenta di divenire nuvola. E si meravigliano, identicamente a quando la torre ancora non c’era.
Dante D'Elia