La Flotilla, nella sua avventurosa rotta verso Gaza, evoca, nell’immaginario collettivo, la traversata per l’andare verso, incontro a qualcuno o a popoli. E richiama il fascino dei poemi greci
Una flotta di 42 barche diretta verso Gaza solca oggi il Mediterraneo. Le immagini di queste navi, sospinte da una determinazione che trascende la semplice navigazione, ci invitano a ripensare il concetto stesso di viaggio: spostamento nello spazio, ma anche gesto simbolico, apertura, “andare incontro”, “andare in soccorso” ̶ gesto simbolico ̶ e anche atto concreto, etico, politico. È la Global Sumud Flotilla, la più grande iniziativa indipendente che vuole portare aiuti umanitari alla popolazione civile e far sentire la vicinanza di gran parte del pianeta, sfidando il blocco navale che il governo di Israele impone da anni su tutta la Striscia.

Partiamo da qui, senza altri suggerimenti, per parlare del viaggio, dell’attraversamento, del mare.
Nel movimento verso una meta si intrecciano la tensione verso l’ignoto e la certezza di un orizzonte che chiama.
Il viaggio, nella tradizione occidentale, è più di una metafora, è la matrice del pensiero stesso. Odisseo lascia Troia per tornare a Itaca, e il suo viaggio è una continua esposizione al rischio e al desiderio. L’ignoto, che prende la forma di tempeste, di mostri, di isole incantatrici, è la sostanza stessa del suo cammino e l’eroe omerico testimonia che viaggiare significa farsi attraversare dall’altro: l’ospitalità, la
memoria, la prova.
Virgilio, con l’Eneide, ci mostra un altro volto del viaggio, non il ritorno, ma la fondazione.
Enea fugge da una città distrutta e, attraversando il mare, porta con sé la speranza di un nuovo inizio.
In entrambi i casi, il mare è il vero protagonista, elemento che decide, che dispone i destini. Il mare è luogo di libertà e insieme di minaccia, è via e ostacolo, promessa e abisso.
È la scena dell’incertezza: come scrive Eraclito, “la via in su e la via in giù è una sola e la medesima”. Così il mare: via verso la salvezza e via verso il naufragio, indistinguibili fino all’ultimo istante.
Il viaggio della flotta verso Gaza si carica allora di queste stratificazioni simboliche. È un andare incontro non solo a una terra, ma a una comunità ferita; non è un turismo né un’avventura individuale, ma un attraversamento che assume la forma dell’aiuto, del soccorso.
Lì dove il viaggio diventa atto etico, il mare stesso muta volto: non è più un confine che separa, ma un ponte che avvicina. Il Mediterraneo, spesso percepito come un mare di separazione, si riscopre ancora una volta come spazio di contatto, di mescolanza, di possibilità.
La filosofia ha spesso guardato al viaggio come condizione della conoscenza. Platone, nel mito della caverna, descrive l’anima che, ascendendo verso la luce, compie un cammino simile a un viaggio interiore. Kierkegaard, secoli dopo, parlerà della vita stessa come di un “viaggio a tappe”, dove ogni stadio – estetico, etico, religioso – è un porto, e insieme un passaggio. Heidegger, riflettendo sull’esserci, parlerà di “esser-gettati” nel mondo, come viandanti che non hanno deciso la partenza, ma che sono chiamati comunque a tracciare una rotta.
Il mare, dentro questa riflessione, è simbolo di infinito, di spaesamento, di apertura. Leopardi, in un celebre verso, lo evoca come immagine dell’illimitato: “e il naufragar m’è dolce in questo mare”. Naufragare significa abbandonare ogni illusione di controllo, lasciare che la propria esistenza venga avvolta dall’immensità. Ma è un naufragio dolce, perché in esso si intravede la possibilità di riconciliarsi con ciò che supera l’umano e che lo spaventa.
Così, ogni nave che attraversa oggi il Mediterraneo si porta dietro secoli di simboli e di memorie, diventando una scena che ripete, in nuove forme, la grande trama del mito e della storia: Odisseo che cerca casa, Enea che cerca futuro, i pellegrini medievali che solcano i mari verso la Terra Santa, i migranti di ogni epoca che rischiano tutto in cerca di una vita possibile.
Il mare, nella sua ambiguità, custodisce questa verità: nessun viaggio è mai neutro. Ogni attraversamento ci trasforma. Chi parte non torna mai identico a sé stesso, perché ha in contrato il limite, la prova, ogni altro e ogni altra. Per questo il mare è rifugio e speranza, ma anche naufragio: contiene in sé la totalità delle possibilità.
E allora, la flotta che oggi si muove verso la Striscia di Gaza con i colori della Palestina non ha bisogno di protezione poiché ci sono anche italiani e italiane, come vuole il ministro Tajani, ma ha bisogno di essere sostenuta e protetta in quanto rinnovata testimonianza che l’essere umano, da sempre, è essere in cammino, in quanto testimonianza di responsabilità etica. Navigare significa accettare l’incertezza, assumere la responsabilità del soccorso, attraversare con coraggio l’infinito blu che, da Omero a Dante, a Leopardi, ci ricorda quanto il mare sia il grande specchio in cui l’umanità guarda se stessa.
Buon vento a chi “de’ remi fa ali al folle volo”.
Elisa Trifelli
Docente
Dott.ssa in Filosofia