Risaliamo alla radice di un tema tra i più complessi della storia passata e presente. Un’analisi in due puntate
PARTE PRIMA
Sionismo: colonialismo di insediamento
Il sionismo è il movimento politico il cui fine è la creazione di uno Stato in quella regione che, secondo la Bibbia, è definita “Terra di Israele” (Sion è il monte della città di Gerusalemme).
La nascita dell’ideologia sionista è alquanto recente e la sua trasformazione in un vero e proprio movimento politico si deve all’austriaco Theodor Herzl, il quale nel 1896 pubblicò un’opera in cui sosteneva come gli ebrei fossero distinti dagli altri popoli europei e che la loro assimilazione nelle società in cui vivevano fosse impossibile. Da secoli nel continente europeo, le comunità ebraiche avevano subito forme di persecuzione, a differenza di quelle nei territori musulmani in cui ebrei e cristiani godevano di una maggiore libertà e tolleranza.
Era quindi auspicabile per Herzl la creazione di uno Stato ebraico nell’allora Palestina, nonostante il fatto che nella “terra d’Israele” vivessero da secoli anche arabi musulmani e cristiani. Secondo l’ideologia sionista, frutto del periodo storico europeo del nazionalismo e del colonialismo, gli ebrei, istruiti e laboriosi, avrebbero “modernizzato” la regione, seguendo la mentalità dell’epoca che vedeva nell’uomo bianco un portatore di progresso.
Di conseguenza la creazione di uno Stato ebraico avrebbe portato anche un beneficio per le popolazioni locali, considerate barbariche ed arretrate. Solo durante gli anni Trenta del Novecento, in concomitanza con le leggi razziali della Germania nazista e dell’Italia fascista, un grande numero di ebrei decise di trasferirsi negli insediamenti creati dai primi sionisti in Palestina, che nel 1948 sarebbero diventati lo stato di Israele. La fondazione di una nazione ebraica sulla base delle premesse sioniste, messa in pratica con il benestare delle potenze occidentali, e i conflitti che hanno caratterizzato la storia di Israele fin dal principio hanno portato alla formazione di un assetto istituzionale “etnocratico”. Anche se residenti in Israele, moti arabi non godono della cittadinanza israeliana (che invece può essere facilmente richiesta dagli ebrei provenienti dall’estero) e subiscono limiti nel partecipare alla vita politica.

Nel corso degli anni, l’etnocrazia è stata rinforzata attraverso politiche discriminatorie verso i cittadini non ebrei. Uno degli esempi più recenti è stata la legge sullo Stato-nazione, approvata dal parlamento israeliano nel luglio 2018, che concede il diritto all’autodeterminazione unicamente agli ebrei. Inoltre, il testo legislativo giudica la creazione di insediamenti nei territori palestinesi, anche con la forza delle armi, come un valore nazionale, da incoraggiare e implementare. L’occupazione della Cisgiordania e delle alture del Golan (che permettono un capillare controllo dei confini con Siria e Giordania) è stata dettata dalla convinzione sionista che tutta la Palestina (oltre che parti di Libano, Siria e Giordania) debba far parte dello Stato ebraico, il quale dovrebbe rispecchiare i vecchi confini del Regno di Israele.
Il sionismo, basandosi dunque sulla discutibile idea che la patria ancestrale di tutti gli ebrei sia la Palestina, assegna solo a questi ultimi il diritto di rivendicarne l’intero territorio, seguendo la logica di uno specifico movimento coloniale definito “da insediamento forzato” (settler colonialism), che si basa non solo sullo sfruttamento e sul controllo del territorio, ma principalmente sull’eliminazione delle popolazioni indigene.
L’antisionismo, invece, è quel movimento mondiale, condiviso anche da una parte degli ebrei, che si oppone alla discriminazione delle popolazioni arabe su base etnico-religiosa e sull’illegittimità dell’appropriazione dei territori sottratti con la forza ai palestinesi sin dal 1948. Pertanto, non si tratta di antisemitismo, ovvero di un odio su base razziale, ma dell’opposizione a un progetto politico che ancora oggi vìola i diritti umani e le convenzioni internazionali. In realtà, per comprendere la guerra israelo-palestinese, e perché questa sia iniziata ben prima del 7 ottobre, parlare di colonialismo, eurocentrismo e razzismo è fondamentale. Inoltre è importante tenere in considerazione un’altra chiave di lettura della questione israelo-palestinese: quella religiosa.
Da una parte, l’utilizzo di un testo religioso come fonte giuridica per reclamare un territorio costituisce non solo una chiara eccezione nella storia contemporanea, ma anche un’evidente frattura sul piano del diritto internazionale. Dall’altra, rivendicare un collegamento diretto tra un gruppo di persone di epoca contemporanea con un popolo vissuto secoli fa è piuttosto fuorviante.
Considerare i popoli dei blocchi monolitici, capaci di preservare nel tempo la propria “purezza”, è una delle principali motivazioni alla base di molti dei regimi totalitari dello scorso secolo. Come conseguenza di questo irrisolto “equivoco” storico scaturì, alla fine del 1947, la decisione di assegnare una parte dei territori palestinesi al nascente stato di Israele, intesa quale gesto riparatorio da parte dell’Occidente per gli orrori dell’olocausto.
Peccato che non sia stata l’Europa a pagare per questo orrore ma la Palestina, che è stata trattata come “terra di nessuno” da riempire secondo i capricci della comunità internazionale. La complicità degli stati occidentali sino ad oggi, in particolare quella degli Stati Uniti, non è terminata. Grazie alla legittimazione da parte di questi ultimi, la politica di violenza dello Stato di Israele verso gli arabi è continuata fino a negare i loro diritti ed occupare territori di una popolazione oggi costretta a subire, secondo la commissione delle Nazioni Unite, un vero e proprio genocidio.
Ettore Benforte