Eros in crisi

Il corpo smarrito nell’epoca del desiderio sorvegliato

«L’erotismo è una delle approvazioni della vita fin dentro la morte», scriveva Georges Bataille. Oggi, di quella vita che si approvava attraverso l’incontro dei corpi resta soltanto un riflesso digitale. Siamo una società che parla di sesso più di ogni altra, ma che sembra aver smarrito la capacità di viverlo. La libertà sessuale, tanto invocata, si è trasformata in un copione da interpretare. E i giovani, schiacciati tra modelli di perfezione e ansie da prestazione, scoprono che il desiderio non è più un linguaggio di scoperta, ma un campo minato di insicurezze. Michel Foucault scriveva che il desiderio nasce “nei punti in cui il potere si oppone”.

Ma quale trasgressione è possibile in un mondo dove tutto è già stato mostrato, svelato, monetizzato?
L’eccesso di visibilità ha ucciso l’immaginazione. Byung-Chul Han lo chiama “pornografizzazione
dell’esistenza”: l’ossessione della trasparenza, che priva l’eros della sua ombra e con essa del suo mistero. Eppure l’amore, quello vero, resta un’esperienza di oscurità e di respiro. Fare l’amore – non mostrarlo, non raccontarlo – ma viverlo in una macchina parcheggiata nella notte, tra il profumo dell’estate e il cigolio del sedile; o nel silenzio verde di un castagneto, dove il corpo diventa paesaggio e la pelle si confonde con la terra. In quei momenti, non c’è spettacolo né pubblico: c’è la grazia di sentirsi vivi, improvvisamente immortali, fuori dal tempo.
Roland Barthes, nei Frammenti di un discorso amoroso, ricordava che il desiderio nasce dal differimento, dall’attesa. Ma oggi tutto è simultaneo, immediato, privo di respiro. La lentezza dell’approccio, il pudore di uno sguardo, la sospensione prima del tocco – tutti elementi che davano spessore al piacere – sono stati sostituiti dalla rapidità di un gesto senza storia. L’eros, privo di silenzio e d’attesa, non infiamma più: si consuma.

La sessualità contemporanea non è dunque un’esplosione di libertà, ma un territorio di sorveglianza e di ansia. corpi si offrono allo sguardo collettivo come prodotti da validare, non come presenze da sentire. Invece di liberare, la visibilità opprime; invece di unire, isola. Forse la vera rivoluzione non è mostrare di più, ma nascondere meglio. Restituire al corpo la sua ombra, al desiderio la sua notte, all’amore il suo silenzio. Ricordare che la bellezza non sta nell’essere visti, ma nel sentirsi, nell’incontrarsi al di là dello sguardo. Solo allora, come scriveva ancora Bataille, “l’eros tornerà a essere una forma sacra di conoscenza”: non il gesto di un consumo, ma il miracolo fragile e irripetibile di due esseri che, per un istante, si riconoscono.

Fabio Appetito

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