Quanto conta il contesto di crescita

L’ambiente in cui viviamo da piccoli definirebbe come saremo da adulti

L’adattamento è la prima azione umana. È stato definito come un processo fondamentale e continuo per la sopravvivenza, l’evoluzione ed il benessere dell’uomo che si manifesta a livello fisico, sociale e psichico. Diverse teorie hanno sostenuto e sostengono l’importanza dell’ambiente, dei luoghi che viviamo nelle loro molteplici caratteristiche, dalla scuola, alla palestra, al parchetto vicino casa, gli spazi di aggregazione, come “spazi di supporto” in grado di stimolare l’adattamento degli individui al contesto in cui si trovano.

Adattarsi ad un ambiente vuol dire farlo proprio in termini di tradizioni culturali, religiose e non, con modelli tipici e stereotipati, adottando in maniera coerente i comportamenti e le consuetudini tipiche di una comunità, grande o piccola che sia (dal gruppo di amici, al paese-comunità, al riconoscimento nei valori di una nazione). Tale adattamento è tipico di ciascuna specie ma nell’uomo dotato di “ragione” determina la formazione e l’educazione dell’individuo fino alla sua età adulta, in cui trasmetterà ai figli gli elementi caratteristici del proprio adattamento.

Secondo la Teoria comportamentista, l’ambiente è un insieme di stimoli esterni a cui l’individuo risponde. Quindi l’individuo adegua il proprio atteggiamento e comportamento a ciò che ha intorno, rispetto ai propri simili, ai rapporti interpersonali, agli elementi naturali o artificiali, rispetto alle risorse disponibili o alla loro assenza. Bronfenbrenner ha sostenuto che l’ambiente in cui cresciamo influisce su tutti i piani della nostra vita. Il nostro modo di pensare, le emozioni che proviamo, le nostre preferenze sono il prodotto del contesto sociale di cui facciamo parte. Noi viviamo la nostra vita attraversando diversi mondi e sistemi connessi tra loro, fin dalla nostra nascita: io come figlio, io come studente, io come amico, io come adolescente, e così via.

Gli spazi vissuti, che sia la propria casa, una palestra, un ambiente urbano, influiscono sul benessere psico-fisico e sulla produttività, ovvero sulle proprie aspirazioni, sogni ed ambizioni. L’ambiente influenza le interazioni sociali e i comportamenti: le relazioni e le interazioni sociali all’interno di un ambiente possono quindi essere fonte di supporto, crescita e motivazione o, al contrario, di conflitto e trasgressione. Ne consegue che vivere in un contesto che non offre alternative stimolanti, curiosità, bellezza veicolerebbe l’individuo non verso la ricerca di alternative, ma verso l’adeguamento: poca scolarizzazione, deprivazione sociale e culturale, insieme all’imbruttimento dovuto alla mancanza di cura per il territorio e degli spazi comuni, esporrebbe i ragazzi ad un maggiore rischio di smarrirsi.

Più alto il rischio per le famiglie di provenienza quando sono segnate da un forte disagio economico. Le condizioni socio-economiche e il livello di istruzione dei genitori hanno un impatto significativo sulle opportunità e sui risultati di apprendimento dei figli. Calando con le dovute precauzioni la teoria di Maria Montessori, la quale sosteneva che i bambini possiedono una naturale predisposizione all’apprendimento e che il loro sviluppo sia ottimale in un ambiente preparato in grado di favorire l’indipendenza e l’autocorrezione, possiamo altresì immaginare che un adolescente come persona in un periodo di transizione, in cerca della propria identità, che sperimenta comportamenti per trovare il proprio posto nel mondo, sia sensibilmente esposto ad assimilare nuove conoscenze dall’ambiente in cui vive.

L’ambiente degradato genera conseguenze negative e gli adolescenti sono le prime “vittime”. In tale contesto le forme di intolleranza, aggressività e violenza aumentano. Uno spazio poco il luminato fungerebbe da spazio per il proliferare della criminalità, ad esempio. Infatti, un’attenta organizzazione dal punto di vista architettonico ed urbanistico può incidere positivamente sulla riduzione di episodi di criminalità. (Bianchini-Sicurella). Un altro importante studioso, Dewey, affermava che l’educazione è esperienza e che deve essere organizzata. Un ambiente povero e non organizzato impedisce la formazione di legami significativi tra l’azione (ciò che faccio), la riflessione (su ciò che sto facendo) e l’incremento delle competenze personali (ciò che riesco a fare)”. Non si tratta di didattica o di scuola, ma di “cosa” posso apprendere dall’ambiente, “cosa” mi trasmette, “cosa” ne ricavo per me.

La popolazione scolastica si trova attualmente in un contesto socio-culturale in deterioramento rispetto agli anni precedenti. Questa frase è estratta dal Piano Triennale dell’Offerta Formativa (PTOF) sotto il titolo “Analisi del contesto e dei bisogni del territorio” ed è disponibile per la fruizione pubblica sul sito dell’I.C. Cesare Chiominto – Le carte della scuola. La scuola è un baluardo di lotta ed opposizione al deterioramento, ma non può essere la sola ad occuparsene. Abbiamo visto che il contesto è una rete ampia. Il degrado non si nasconde sotto il tappeto. Esso dovrebbe essere eluso attraverso l’investimento a lungo termine da parte delle amministrazioni, le quali non dovrebbero soltanto delegare – alla scuola, alle associazioni spontanee – ma investire concretamente. Avere quindi gli occhi per vedere le necessità e la coscienza per sentire davvero i bisogni del proprio territorio e delle comunità.

Giuliana Cenci
Dott.ssa in Scienze Storiche
Operatrice antiviolenza
Vicepresidente Associazione “Mariposa”

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