“Ho fermato sette guerre, anzi otto” dice Trump con l’indice puntato verso qualcuno o qualcosa di indefinito nel suo mondo immaginario. In questo modo si può riassumere la politica estera di Trump: un disastro! Disastro in Palestina e peggio ancora in Ucraina, dove la guerra si avvia ad una lunga agonia, grazie anche alla miopia dei paesi europei, Regno Unito e Germania in testa.
L’Ucraina è governata da un despota non meno miope e tiranno dell’invasore russo. Aboliti i partiti di opposizione, censurata l’informazione e precettati con la forza i giovani che tentano in tutti i modi di sottrarsi ad una guerra in cui non credono più. L’Ucraina, per sopravvivere all’inevitabile perdita di più del venti per cento del suo territorio (quello più ricco di risorse), avrà bisogno di una trasfusione di miliardi di euro. E sarà l’Europa a fornirle i mezzi necessari, ancor di più se l’Ucraina dovesse entrare nella UE. Gli unici vantaggi che ne trarranno gli USA di Trump saranno i miliardi che arriveranno per l’inutile e dispendioso riarmo dell’Europa ed il conseguente indebolimento del vecchio continente sulla scena internazionale. Vantaggi apparenti, perché l’economia di guerra è un’economia drogata ed alla lunga sarà un danno per chi la pratica. Inoltre, anche l’irrilevanza dell’unico continente alleato degli USA metterebbe il così detto blocco occidentale in sofferenza nel confronto con Russia e Cina, che dalla loro possono contare buoni rapporti con i paesi emergenti (India e Brasile in prima fila).
In Palestina si continua a morire, i palestinesi continuano a morire, ma a singhiozzo, la situazione è solo apparentemente in stallo. In compenso ai coloni in Cisgiordania viene data mano libera per cacciare i palestinesi ed impossessarsi delle loro terre. Il criminale Netanyahu resta al suo posto con i suoi complici della destra estrema. Nessuna forza di interposizione, nessun negoziato, solo morti e scambi di morti. In attesa di cosa? Passi avanti non se ne vedono, nessun piano di ricostruzione. L’unico tentativo di pace, di fermare il massacro, comunque la si pensi, l’hanno fatto i giovani della flottilla!

In Centroamerica, l’esibizione muscolare di Trump per rovesciare il legittimo, per quanto discusso, governo del Venezuela con la scusa della lotta al narcotraffico è solo finalizzata a distrarre l’opinione pubblica americana dai problemi interni. I paladini della legalità mondiale a stelle e strisce, dietro la finta lotta al narcotraffico, non riescono a nascondere i loro interessi verso il petrolio di cui è ricco quel paese. Il Venezuela non è, almeno rispetto a Colombia e Messico, uno dei principali produttori di droga e poi un’eventuale invasione sarebbe molto problematica anche per l’esercito americano.
Il fronte africano è un altro scacchiere in cui Trump non batte un colpo, e meno male! In Sudan, da due anni la guerra civile tra l’esercito e le milizie RSF (Rapid Support Forces, un’organizzazione paramilitare sudanese, NdR) sta già provocando decine di migliaia di morti e milioni di sfollati e il Darfur si è trasformato in un inferno umanitario. Più che motivi etnici e religiosi, comunque presenti, pesano strategie ed interessi economici stranieri. Il Sudan è il terzo produttore di oro in Africa, c’è altro da aggiungere? Nel conflitto sono implicati paesi importanti della regione come l’Egitto e l’Arabia Saudita che sostengono l’esercito nazionale sudanese, mentre gli Emirati arabi uniti sostengono le milizie dell’RSF. C’è però anche un’altra ragione alla base di questi e di tanti altri conflitti, ed è qui che l’indifferenza diventa colpevole: per fermare una guerra bisogna prima di tutto arrestare i flussi di armi. Stati Uniti, Germania, Regno Unito, Russia e Cina, ma anche l’Italia, sono i principali produttori di armamenti. Fino al quinto posto sono aziende USA e le prime 100 fatturano 597 miliardi di dollari! Altra guerra apparentemente assurda è quella nella Repubblica Democratica del Congo. La ribellione dell’M23 continua a devastare intere regioni con la complicità di potenze vicine, alimentando massacri e violenze sessuali di massa. Al confine tra Cambogia e Thailandia si combatte una guerra a bassa intensità che ha già fatto tantissime vittime civili e spinto migliaia di persone a fuggire dai villaggi bombardati. In Kashmir, le tensioni fra India e Pakistan non si sono ancora sopite e restano una miccia pronta ad esplodere.
Queste sono le guerre, dimenticate dai nostri TG, che non interessano né commuovono le cancellerie occidentali, guerre che non attirano le manifestazioni di piazza. I conflitti generano disastri per le popolazioni, che cercano di allontanarsi da quei luoghi di morte e dirigersi nei paesi confinanti (che si riempiono di campi profughi) o tentano di emigrare; lo fanno spesso, i giovani, verso il miraggio Europa. Si raccoglie ciò che si semina. Si destabilizzano intere regioni del mondo per placare la sete di materie prime (petrolio, metalli preziosi, terre rare, eccetera). Crescono i dividendi delle multinazionali ed in proporzione, sfruttando un’informazione orientata e di parte, cresce il consenso popolare a favore di politiche di respingimento. Fa audience nel pubblico solo la pietà per le immagini di dolore in TV, ma non si fa mai una seria analisi delle cause di quelle tragedie. E non c’è da stupirsi, dal momento che i media sono quasi sempre nelle stesse mani di quei gruppi di potere economico che quei conflitti li hanno generati.
Ettore Benforte