L’astensionismo è diventato un vero e proprio partito. Non è più una scelta qualunquista, ma è un segnale critico molto determinato. Eppure il non voto che i cittadini pensano sia una protesta in realtà favorisce la politica. Meno si vota e più le consorterie dei partiti agiscono in base ai loro interessi.
Avete presente la storia del marito tradito che per fare un dispetto alla moglie si taglia gli attributi?
Ecco; la scelta astensionistica che riguarda ormai la maggioranza degli italiani, come si è visto anche alle ultime elezioni regionali, non è molto dissimile da questo antico e popolare detto.
L’illusione di punire i partiti per la loro oggettiva, veritiera distanza dai bisogni reali dei cittadini, non esercitando il proprio diritto al voto, si risolve in una magra soddisfazione. Soddisfazione davvero molto magra perché se noi cittadini non ci interessiamo alla politica, comunque la politica si occupa di noi: delle nostre vite, dei nostri portafogli, delle nostre condizioni economiche, sociali, culturali, delle città e dei territori dove abitiamo. Si occupa ‒ comunque ‒ delle scuole, della sanità, della precarietà del lavoro, dell’istruzione dei nostri figli e nipoti.
La politica non è solo dentro la società, ma è la società, con le sue ramificazioni e con i suoi apparati decisionali, ma soprattutto con i suoi interessi. Il fenomeno al quale stiamo assistendo è semplice da spiegare: sta scomparendo ‒ anche in modo veloce ‒ il voto di opinione. Cioè di quell’elettorato non fideizzato che si muoveva in base alle scelte di fondo dei singoli partiti o governi e di volta in volta decideva a chi dare la propria preferenza. È quell’elettorato “mobile” senza riferimenti ideologici ‒ categoria morta e sepolta alla fine del secolo scorso ‒ che ha deciso di non votare più. E, così facendo, i partiti spadroneggiano: ciascuno parla al proprio elettorato formato da chi conserva ancora il “senso dell’appartenenza” e chi invece ha interesse di tipo personalistico ed è parte integrante di un certo sistema di potere.
Tra cacicchi, capibastone, portatori di tessere e quindi di consenso si tiene in piedi una ragnatela di corruttele che fa il bello e il cattivo tempo.

Per smuovere acqua pulita da questo liquame putrido ci vorrebbe prima di tutto la partecipazione. Riprendere il rapporto con i cittadini dal basso e coinvolgerli nelle decisioni importanti nelle Pubbliche Amministrazioni di piccoli e di grandi centri. Tutto questo potrebbe interessare i potentati e gli apparati centrali e periferici? Pensiamo di no. È proprio a loro che giova l’astensionismo. Azzerato ‒ o quasi ‒ il concetto che la democrazia non può e non deve essere valore negoziabile, si aprono per gli apparati dominanti praterie di intrallazzi di ogni tipo dove gli amministratori rischiano di essere manovalanza guidata da burattinai che agiscono dietro le quinte.
Sia chiaro che anche nella Prima Repubblica esistevano i “sistemi di potere”, soprattutto quello DC che però era parte di un consenso sinceramente popolare, come lo stesso Berlinguer più volte ricordava alla propria base politica, e soprattutto c’era contezza dei propri ruoli istituzionali (Belliazzi a pag. 3).
Torniamo ad oggi: a sinistra c’è qualche residuo di speranza, di una fiducia che non vuole morire. Ma anche nel cosiddetto campo largo vediamo troppi galli a cantare e troppi ostacoli per chi vorrebbe cambiare veramente le cose.
Di certo, da destra o da sinistra, per cantare vittoria e dirsi maggioranza, con meno della metà degli elettori che vanno alle urne, di coraggio ce ne vuole.
Emilio Magliano