“Un uomo che segue un altro uomo non lo supera mai”
Michelangelo Merisi da Caravaggio, per dimostrare la sua maestria, entra in competizione con il modello insuperabile di Michelangelo Buonarroti; nelle tele dipinte per la Cappella Cerasi in Santa Maria del Popolo a Roma, la Conversione di san Paolo e la Crocifissione di san Pietro, Caravaggio mostra di saper lavorare sapientemente con i modelli Michelangioleschi, tanto da prendere in prestito l’impianto compositivo e iconografico del ciclo di affreschi eseguiti dal Buonarroti nella Cappella Paolina in Vaticano.
La prima versione della tela Conversione di san Paolo, detta anche Conversione di Saulo, viene rifiutata per possibili scorrette e diverse interpretazioni e poi acquisita nella Collezione Odescalchi; in essa appare evidente la composizione, riempita dalla mole del cavallo scosso tenuto per le redini dal palafreniere, con a fianco l’armigero in posizione di difesa che punta la lancia direttamente verso la figura di Cristo. Questo, sorretto da un angelo, irrompe nella scena spezzando un ramo di pioppo. Per questa impostazione è certo che Caravaggio abbia preso a modello la Conversione di san Paolo affrescata da Michelangelo nella Cappella Paolina, la rielabora e la innova secondo i suoi propri principi.
Lo stesso meccanismo di smontaggio e rimontaggio di un brano compositivo lo ritroviamo anche nel confronto tra la Crocifissione di san Pietro, sempre per la cappella Cerasi, e l’analogo affresco di Michelangelo nella Cappella Paolina.

Quindi, Caravaggio non solo gareggia con il mito di Michelangelo, ma ha l’ambizione di riscrivere i suoi testi e di superarli, riuscendo peraltro a dimostrarlo. Nelle tre tele del ciclo di san Matteo, dipinto per la Cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi a Roma, mostra infatti la sua personale modalità di saper parlare il linguaggio di Michelangelo attingendo questa volta dalla Creazione di Adamo nella Cappella Sistina: nella composizione della tela Vocazione di san Matteo, è centrale la mano di Cristo che indica Matteo e la mano di Matteo che indica se stesso; si può notare come la mano di Cristo riproduca la mano di Adamo della Cappella Sistina.
Nel quadro San Matteo e l’angelo posto sopra l’altare centrale, Matteo è occupato a scrivere il suo vangelo e ad ascoltare l’angelo, fisicamente separato da lui dalla linea curva delle vesti e delle ali mosse dal volo; proprio questa linea segna la differenza tra la dimensione umana e quella angelica e ha lo stesso andamento della linea curva del volo dei cherubini che attorniano Dio nell’affresco presente sulla volta della Sistina.
Nella tela Martirio di san Matteo, la composizione diventa più complessa, rielabora la fonte michelangiolesca, dove la figura del sicario costituisce una trasformazione dell’Adamo di Michelangelo.

Nella Deposizione nel sepolcro dipinta tra il 1602 e il 1603 per la Cappella Vittrici nella Chiesa di Santa Maria della Vallicella, troviamo la migliore esecuzione della personale “schola” di Caravaggio in cui il linguaggio di Michelangelo è chiarissimo.
Qui esegue una vera e propria scena teatrale, dove il Vangelo di Giovanni è la fonte letteraria che consente di identificare Nicodemo, l’uomo più anziano, che sorregge le gambe di Cristo: lo rappresenta in abiti da lavoro, lo raffigura con il volto dello stesso Michelangelo Buonarroti, la mano pendente del Cristo è la stessa del Cristo della Pietà, le tre donne in secondo piano sono la Madonna, Maria Maddalena e Maria di Cleofa che alza le mani in cielo per il dolore e urla; insieme a Nicodemo a sorreggere il corpo è san Giovanni Evangelista.
Il questo excursus intorno all’arte di Caravaggio, con particolare attenzione alle sue fonti e ai suoi modelli, è possibile arrivare ad alcune motivate conclusioni.
Appare evidente come l’esperienza artistica di Caravaggio possa non essere considerata rivoluzionaria quanto piuttosto innovativa. Il poeta Marzio Milesi, grande amico di Michelangelo Merisi da Caravaggio e conoscitore dei suoi intendimenti, afferma che “Caravaggio è pari a Michelangelo o, meglio, è il nuovo Michelangelo”.
La sua grandezza, come sempre accade nei Grandi Artisti, risiede nella capacità di innovare rimanendo poggiato e ben radicato a tutta la tradizione, conoscendo profondamente l’arte e le sue regole.
Giorgio Chiominto
Architetto