New York, New York. E non solo

Sta accadendo qualcosa di assai interessante nello scenario politico internazionale. Zohran Mamdani, giovane attivista socialista e pro Palestina, di origini musulmane, ha vinto le elezioni nella Grande mela, metropoli che talvolta anticipa scenari globali. Nelle elezioni di New York, il giovane Mamdani, il quale faceva appello alle minoranze etniche e di genere e ai poveri e agli emarginati della città, si contrapponeva ad un altro democratico, Andrew Cuomo, avvertito come uomo del vecchio establishment democratico. Nonostante ciò, con una campagna elettorale fortemente centrata sui social e sulla comunicazione di strada, Mamdani ha prevalso, seppur di poco. E dopo la vittoria ha lanciato un gagliardo appello a Trump: “Presidente, se ci stai ascoltando alza il volume”, vale a dire apri bene le orecchie. Il programma elettorale di Mamdani prevedeva una lotta ad affitti altissimi incrementati dagli investimenti speculativi dei fondi immobiliari, prevedendo un controllo dei prezzi delle locazioni, trasporti ed asili nido gratuiti agli indigenti. Il tutto finanziato dal Tax the Rich, vale a dire aumentare la tassazione dei redditi superiori al milione di dollari. Un gruppo di 26 ultra ricchi di New York si è riunito raccogliendo 22 milioni di dollari per finanziare la campagna contro Mamdani senza riuscire tuttavia a fermarne la forza attrattiva e comunicativa verso alcuni settori sociali che negli ultimi venti anni avevano subito l’azione aggressiva del turbocapitalismo americano. Si è registrata un’affluenza alle urne altissima, altissima relativamente agli standard storici della città. Infatti oltre il 40 per cento degli elettori alle urne è risultata essere l’affluenza più alta dal 1969 ad oggi per la città di New York. Più o meno lo stesso fenomeno della grande mela si è verificato a Seattle, città di circa 800 000 abitanti della costa pacifica, dove Katie Wilson, indipendente socialista di 43 anni, ha sconfitto il candidato democratico con un programma fondato sul salario minimo, case popolari ai poveri, assistenza all’infanzia, spazi e trasporti pubblici. Fatto analogo è accaduto a Copenaghen, la capitale danese, dove una coalizione rosso-verde guidata da Sissi Marie Welling, 39 anni, ha sconfitto il partito socialdemocratico per la prima volta dal 1938. Il partito socialdemocratico danese, favorevole al riarmo e alle spese per la guerra in Ucraina, si era da qualche tempo progressivamente spostato verso destra con politiche contrarie ai migranti.

Anche la città di Copenaghen si era caratterizzata negli ultimi tempi per un costo della vita fuori controllo, servizi inadeguati e costosi e disuguaglianze crescenti, ovviamente per i livelli standard di quel paese, che aveva uno dei sistemi di welfare più importanti d’Europa. Il programma della Welling puntava sui temi del diritto alla casa, dei costi dei servizi calmierati e dell’adeguamento dei salari. Non si può dire ancora se questi siano fatti singolari oppure una tendenza – sebbene sia accaduto anche nelle elezioni presidenziali irlandesi –, se siano fatti che riguardano, almeno per il momento, grandi realtà metropolitane dove la povertà si diffonde con maggiore impatto e vigore, né tantomeno se sia un fenomeno esportabile in Italia, dove le grandi realtà metropolitane non costituiscono ancora la maggioranza del paese, eppure qualcosa si muove. Le vittorie delle coalizioni di sinistra sono fondate sui temi classici della politica di sinistra. Salari, diritto alla casa, servizi pubblici, ambiente, oltre che una forte avversità nei confronti delle politiche di riarmo. Questo accade ad appena un anno di distanza dalla grande affermazione di Trump, che aveva riempito di gioia l’internazionale nera globale dinanzi a cui sembravano aperti i grandi scenari del tecnocapitalismo universale. È già qualcosa, ed è importante che in tutte queste realtà si siano rifatti vivi i giovani, quelli che stanno subendo maggiormente gli effetti dell’azione delle disuguaglianze globali.

Tommaso Conti

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