Serve più serietà e coraggio alla politica italiana

C’è troppa nostalgia e indecisione nel partito della premier. Comportamenti poco consoni alla grammatica istituzionale. Il Pd: andare oltre l’antifascismo

Le immagini con la premier Meloni, il ministro degli Esteri Tajani ed altri del centrodestra che ballano al ritmo di “chi non balla comunista è…” hanno inondato i social e resteranno, purtroppo, a testimonianza dello stato dell’arte nella nostra politica attuale. E qui bisogna parlare del centrodestra di governo, che poi viene da dire a lor signori che dove lo vedono questo rigurgito comunista quando, nel composito mondo di opposizione, in quel campo largo e persino larghissimo, ci si sta in tanti, di varie identità e visioni, ma i comunisti, a dire il vero latitano ed anzi in tanti si potrebbero definire anticomunisti per la loro storia.
Inutile dire che, nel campo avverso, e di contro, ampia è l’accusa lanciata alla premier e al suo partito (Fratelli d’Italia), e pure alla Lega, di voler resuscitare in nuove forme il fascismo, che pure è confinato all’infausta storia del ventennio che fu, lontano e alle spalle.

Quelle immagini del ballo inducono a rievocare altre immagini della nostra storia politica, in una sorta di teorica contrapposizione di stili e di come abbiamo avuto la fortuna di poter vedere all’opera classi dirigenti e uomini di ben altra pasta (e con un alto senso del decoro e del ruolo): viene in mente (e in tanti lo hanno fatto sui social), la foto di Moro presidente del Consiglio, a passeggio sulla spiaggia di Terracina, con tanto di completo giacca e cravatta e la figlioletta tenuta per mano; e ancora, foto di un altro premier come Andreotti, e quelle di un politico di rara sobrietà come Berlinguer, e potremmo continuare a lungo, sino a citare anche Almirante, a dimostrazione che certo stile e certa sobrietà facevano parte del vocabolario di un’intera classe dirigente, senza distinzione di colori e casacche. E, per fortuna, ancora oggi possiamo rifugiarci nella sobrietà e nello stile del presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Ma qui, oltre ai riferimenti alla classe dirigente che ci ritroviamo ed alla cifra del centrodestra nazionale, mi piace ricordare che purtroppo nel DNA di queste forze c’è ancora chi va fiero di quella fiamma tricolore legata ad un passato nostalgico e ci sono problematiche irrisolte, che contrastano con una destra conservatrice ma moderna.

Giorgia Meloni in Europa e nel mondo – in tutta onestà – non sta dando l’idea di un tratto autoritario e illiberale della sua gestione, anzi, c’è pure un certo apprezzamento per un governo stabile e per il suo sapersi barcamenare abbastanza bene tra l’UE della Von der Leyen e l’America di Trump.
Però in casa nostra la Premier ancora non si è decisa a compiere quei passi avanti che ne decreterebbero l’ingresso stabile nella compagine moderato-conservatrice, senza inciampi nostalgici e senza eccessi ideologici cui indulge quando in Lei, nelle manifestazioni di partito, prevale l’aspetto propagandistico.
Il salto di qualità auspicato è del tipo di quello che un altro leader della destra-destra italiana, Gianfranco Fini, ebbe a compiere nel congresso di Fiuggi (1995). Fini ha poi avuto un tramonto personale anche per vicende giudiziarie non proprio esaltanti, e su di lui c’è stata un’autentica opera di rimozione nella mondo della destra poi riunitosi attorno all’attuale Premier.

Ma lo sforzo di uscire da ambiguità di sorta rispetto alle nostalgie fasciste di quella parte politica, quello ci sta tutto e la Meloni – trent’anni dopo – un passaggio in tal senso dovrebbe pur farlo, per dare ariosità al suo percorso politico, a costo di lasciarsi alle spalle una classe dirigente troppo spesso inadeguata.
Altrimenti starà lì, al governo, e forse anche per altri anni, ma tirando a campare, senza lasciare un’effettiva impronta del suo pur non episodico transito ai vertici istituzionali e confidando soprattutto sugli errori e le carenze dei suoi antagonisti, incapaci di proporre una seria alternativa di governo. E ciò malgrado i risultati a livello regionale non manchino (come abbiamo visto nella recente tornata elettorale)… ma le elezioni politiche sono un’altra cosa, lo sappiamo bene.

Antonio Belliazzi

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